L’eterna lotta dell’uomo contro i vestiti da donna

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Sapevate che Google ha creato un’app per ritrovare i calzini spaiati?

Non ho idea di come sia a casa vostra. A casa mia funziona così: la donna o l’uomo carica la lavatrice, eventualmente imposta il timer, avvia il programma. Dopodiché si esce, si lavora, si cucina, si fanno altre faccende. Poi, quando, la lavatrice ha finito il suo sporco lavoro – che qualcuno deve pur farlo – uno di noi due – mai che lo faccia la gatta! – estrae i panni umidi e li appende saldamente e ordinatamente sullo stendi panni. Fin qui tutto bene. Semplicemente si attende che la natura faccia il suo corso, l’acqua evapori, le stoffe si asciughino, l’intonaco respiri l’aria intrisa di umidità e inevitabilmente ammuffisca, con grande disappunto della signora.

Vi risparmierò, a tal proposito, le scene di orrore e panico schifito di quando Lei si accorge che gli spigoli e il soffitto hanno assunto il tipico colore grigio-giallino-puntinato-di-spore-assassine-del-nostro-benessere. È il momento in cui Lui, con fare maschio, impugna il fedele spray alla candeggina e si arrampica sulla scala di alluminio. E via, spruzza senza remore l’intonaco a debellare la chiazza fungina con il micidiale prodotto. Micidiale per la muffa, micidiale per gli occhi e le vie respiratorie, micidiale per la maglietta nera che – improvvidamente – indossa durante tutta l’operazione. Effetti collaterali: intossicazione da ammoniaca, cataratta, maglietta a pois arancioni. Perché poi il nero stinga in arancione, non l’ho ancora capito, ma le pareti sono pulite e la moglie è felice. Questo ed altro per la serenità familiare!

E fu sera e fu mattina. Poi di nuovo sera, ed è tempo di ritirare i panni stesi. Lei se ne sta sul divano a vedere la terza puntata consecutiva di Downton Abbey sul Netflix. Lui è al suo fianco, la gatta nel mezzo, e tutti insieme si sbellicano ad ascoltare le pippe mentali di Matthew Crowley su quanto si sente in colpa per la povera Lavinia e non potrà mai accettare l’eredità di suo padre defunto – sì, ho fatto outing, guardo Downton Abbey, ma adesso andiamo avanti per favore.

Lei – «Tesoro, ci sono da ritirare i panni.»
Lui – «Ah! Vuoi che…»
Lei – «No no, faccio io…»
Lui – «Aspetta, possiamo farlo domani!»
Lei – «Devo fare un’altra lavatrice, mi servono gli stendini liberi… tranquillo ci penso io.»
Lui – «Ma amore…»
Lei – «Tranquillo. Continua pure a guardare la puntata. Non fermare la riproduzione. Io sento lo stesso da di là.»
Lui – «Va bene, ma se vuoi…»
Lei – «Davvero, lascia andare avanti. Io sentirò dall’altra stanza… a fatica, ma sentirò…»
Lui – «Se vuoi, davvero faccio io.»
Lei – «Scherzi? Tu hai lavorato tutto il giorno! Faccio io, adesso faccio alzare la gatta che mi si è messa qui, sulla pancia, a fare le fusa…»
Lui – «Ma tesoro, anche tu hai lavorato! Oggi avevi pure quella riunione che…»
Lei – «Com’è calda la gatta! Senti come ronfa, và? Ora mi alzo.»
Lui – «Va bene, ma il telefilm lo fermo. Non mi va di vederlo da solo. E poi piace più a te che a me!»
Lei (con tono di rimprovero) – «Amore, però così facciamo mezzanotte! Ops, non ricordo dove ho messo le ciabatte…»
Lui – «Eddai… ma senti, resta qui, non disturbare la gatta, ai panni ci penso io amore mio.»
Lei (con sguardo contrito ma riconoscente) – «Davvero lo faresti, tesoro? Non sei stanco?»
Lui (con lo stesso fare maschio di quando debella la muffa) – «Ma no, cioè sì, però lo faccio volentieri.»
Lei – «D’accordo, se vuoi farlo tu…»
Lui – «Sì sì, amore, non è un problema!»
Lei – «Però non stare a piegare niente. Lascia tutto nella bacinella, ci penso io domani, o dopodomani, o nel weekend, o in un’altra vita. Ma ci penso io, ok?»
Lui – «Ok, piccola, lascia fare a me. Torno subito!»
Lui la bacia delicatamente sulla fronte candida come un fiore di loto, Lei gli accarezza amorevolmente il viso segnato dal tempo, quella barba ispida, la pelle indurita dalla fatica e dall’amore per Lei. O forse dall’antimuffa.

La scena si sposta nello studio adibito a lavanderia. Due stendi panni attendono, pacificamente esausti, che Lui li alleggerisca dal pesante carico di biancheria profumata alla lavanda. Le mollette saltano via come tappi di sughero a capodanno, mentre i panni asciutti lasciano docili i loro precari appoggi filiformi per finire nelle ceste, e Lui pensa che se la caverà in una decina di minuti. C’è calma e serenità nei suoi gesti decisi. Dopo qualche minuto, gli stendini sono vuoti e le due bacinelle ricolme. Lui le trasporta in camera da letto, apre gli armadi e i cassetti. Dal soggiorno arrivano le voci di uno spot pubblicitario: “Il mio tesoro – pensa sorridendo tra sé e sé –, mi ha aspettato. Piccola, mi toccherà rimproverarla…”, ma nel suo cuore è felice come un bambino. Ed ecco, inizia la lunga marcia di quel carico di pulito verso il riposo: le mutande nei cassetti, i jeans sopra gli scaffali, le camicette di Lei sulle grucce. Poi tocca ai calzini, che Lui associa pazientemente due a due, per grossezza, colore, fantasia, lunghezza… Sul letto, accanto alla prima cesta, adagia i calzini di cui non ha trovato il compagno. Prima uno, poi un altro, un altro ancora. Non si scompone, Lui, ingegnere, dedito all’ordine e amante dell’armonia casalinga. E infatti la sua fiducia è presto ripagata. I dispersi emergono dalla cesta tutti ansiosi di unirsi ai fratelli spaiati. Questa sorta di “ricongiungimento familiare” dei capi di biancheria riempie di gioia il nostro Lui, il quale, come un sacerdote, consacra le coppie e le ripone nel cassetto con ogni benedizione. Alla fine sul letto resta un unico calzino di spugna, solo, tristemente abbandonato. Il suo compagno non c’è, e la prima cesta è ormai vuota. Con tutta probabilità ricomparirà nella seconda, ma Lui – l’ingegnere – storce la bocca con un misto di amarezza e disappunto. Odia che i calzini restino spaiati, odia riporli nello stesso cassetto delle coppie felici. Il calzino spaiato non deve mescolarsi agli altri o perdersi negli angoli del cassetto. Il calzino spaiato deve restare bene in vista ed attendere il compagno per tutto il tempo che servirà: egli è il prediletto del buon pastore – l’ingegnere –, che non si dà pace finché non ha appaiato anche l’ultimo esemplare. Ma non c’è, negli armadi, un luogo preposto all’attesa per i calzini solitari. È una grave mancanza, pensa Lui, e qualcuno dovrà porvi rimedio, un giorno o l’altro.

Lei lo chiama con voce dolce e sottile: «Amoreee, hai fatto?»

Lui si riscuote. Deve fare in fretta, c’è da vedere la fine della puntata di Downton Abbey, e forse scopriranno se il signor Bates ha davvero ucciso la sua odiosa ex-moglie oppure se sia stato incastrato. Accelera le operazioni: la seconda cesta contiene i vestiti di lei e le gonne leggere. Lui estrae una gonna, l’adagia sul letto, stende il tessuto meglio che può, quindi piega a metà, poi un terzo, poi… No, meglio nell’altro verso. Riprova, ma la frangiatura si dimostra particolarmente ostile. Le frange sono ondulate, non seguono la forma dell’indumento, si oppongono alla piegatura restando in rilievo e facendo spessore. Lui cerca nell’armadio, ma non trova una gruccia con le pinze per appendere la gonna, allora insiste, passa la mano sulle pieghe, si sforza di educarle all’ordine e all’armonia che tanto ama. Queste sembrano accettarlo, sulle prime, ma poi eccole di nuovo fare capolino dall’altro lato. Anche la gonna, non perfettamente conica, sembra far fatica ad assumere una forma “bidimensionale”. Lui comincia a spazientirsi, sbuffando piega alla bell’e meglio e schiaccia tutto nel primo cassetto di Lei.

«Amoreee, quando vieni? Si sta facendo tardi!!!», dice Lei dal soggiorno.
«A-arrivo… piccola, ho quasi fatto…», risponde Lui, con voce incerta ma cuore risoluto. La seconda cesta è ancora quasi piena.

Afferra un vestitino di un velo azzurro, quasi impalpabile. Dove metterlo? Niente più grucce, l’armadio è già strapieno. Decide di infilarlo nel secondo cassetto, insieme a quelle maglie strane che non sono né t-shirt, né camice. Lo stende meglio che può sul letto e nota che ha un lembo di tessuto da un lato soltanto a formare una specie di bavero. Lo gira a pancia in giù, cercando di mantenere il lembo aderente al torso plissettato, ma questo si gonfia e il vestito si scompone. Sembra quasi che il tessuto sia posseduto dal corpo di Lei, che le fibre si ostinino ad assecondarne le curve nonostante queste si trovino altrove, precisamente sul divano del soggiorno. Lui ritenta più volte, invano, suda e impreca sottovoce.

«Piccolooo, vuoi una manooo?», gli giunge ancora la voce di Lei dall’altra stanza.
«No! No! – esclama Lui, masticando le parole, nervosamente – Non venire, che ho fatto! Anzi, fai ripartire il video che sono praticamente lì…».

Quella lotta impari deve finire. In qualunque modo, ma deve finire. Lui allora prende una decisione drastica. Si pone di fronte al letto, gambe aperte, afferra la parte superiore del vestito e, alzando le braccia fino alle spalle, fa sì che l’abitino ribelle, complice la forza di gravità, gli si appoggi al petto e all’inguine. Ma il tessuto è leggerissimo ed impiega un tempo infinito per distendersi verticalmente. Lui trattiene il fiato, il viso paonazzo nello sforzo – più mentale che fisico – di tenere le mani all’altezza delle spalle. Quindi, con un rapido movimento dei polsi, fa piegare indietro le maniche e già sente il suo corpo sbilanciarsi in avanti. Mentre si prepara all’impatto, sente che la tv trasmette le previsioni del tempo. Sereno variabile sull’Italia settentrionale – le pareti s’inclinano –, temporanei rovesci sul versante tirrenico – s’intravede la superficie del copriletto –, mari poco mossi… – SBAM! – la sua faccia impatta sul letto, tutt’uno con il torso irrigidito e le gambe perfettamente erette. Il vestitino è rimasto intrappolato nella “pressa umana” formata del suo corpo e dal materasso, senza avere il tempo di scomporsi durante la caduta. Lui, disteso a faccia in giù, punta i pugni e si solleva con cautela, facendo attenzione che la stoffa resti ben aderente al letto.

Ed eccolo lì, il vestitino di Lei, completamente disteso, definitivamente spiaccicato, sia come sia, vada come vada, le pieghe indomabili domate, la ribellione del plissé sedata con la forza, l’asimmetria del bavero resa irrilevante, le forme svolazzanti tarpate nelle due dimensioni. Lui osserva il risultato trionfante: ce l’ha fatta! Ripiega i lembi l’uno sull’altro, con delicatezza, ottenendo una sagoma finalmente rettangolare, come il cassetto cui è destinata. Guarda la cesta: altri vestitini, forse tre, forse quattro, ma Lui adesso sa come fare. Ne afferra uno, alza le braccia e – SBAM! – altro impatto sul lettone. Vestitino di Lei adeguatamente pressato, piegatura veloce e via nel cassetto. Poi un altro – SBAM! – e un altro ancora – SBAM! –. Ha ripreso il ritmo, la faccia gli duole, ma adesso i vestiti si impilano nei cassetti veloci come carte da gioco che tornano nel mazzo. Il lavoro finisce in fretta, i cassetti si richiudono, le ceste si rintanano nell’armadio del disimpegno.

Lui torna baldanzoso in soggiorno. Lei è lì, raggomitolata sul divano, gli occhietti serrati, la TV accesa sull’ennesima replica di un reality show. Non ce l’ha fatta ad attenderlo sveglia, sono passate le undici e mezza. Lui amorevolmente accarezza quella testolina bionda e Lei pigola assonnata senza aprire gli occhi.

«È ora di andare a letto, amore mio.»
Lei risponde pigolando, ma Lui sa che è un faticosissimo “Sì, ora mi alzo…”.
Lei alza la testa, poi si mette a sedere sul divano stropicciandosi gli occhi. «Scusa, mi sono addormentata…», dice con voce stanca e amareggiata.
«Non preoccuparti, piccola, ora andiamo a dormire.»
«Sì…», sorride Lei con gli occhi socchiusi, e mette la bocca a cuore per dargli il bacino della buona notte. Si baciano.
«Tato…»
«Dimmi, tesoro mio…»
«… perché ti sanguina il naso?»
E Lui, con voce carezzevole: «Tranquilla, non è niente. Coraggio, adesso a dormire!»
«Sì…», è la risposta senza ulteriori proteste.
«E vedrai che il signor Bates è innocente», le sussurra dietro la nuca.
«Sì…», gli fa Lei, infilandosi le ciabatte.

Lui la osserva trascinare i piedini verso la camera da letto, ciondolante sotto il carico di sonno, fino a vederla sparire dietro la porta. Prima di raggiungerla sente il cuore che gli si riempie di tenerezza ed orgoglio. Tenerezza per quella ragazza che ama più di se stesso. Orgoglio per aver vinto un’altra battaglia contro i vestiti da donna. Ma il suo volto è adombrato, e una sottile inquietudine l’accompagnerà per il resto della settimana. Nel cassetto, quell’unico calzino ancora spaiato.

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2 risposte a L’eterna lotta dell’uomo contro i vestiti da donna

  1. Franco ha detto:

    Addavenì baffone… sei ancora giovine.

  2. Doduck ha detto:

    Ahahah! Mi hai fatto molto ridere. Sia per questi momenti di vita di coppia assolutamente condivisibili (https://doduck.wordpress.com/2016/08/04/vita-di-coppia-e-altri-disastri/), sia perché – ecco il momento del mio outing – anche io e Pilush (https://doduck.wordpress.com/2016/06/21/pilush/) nelle nostre sere assonnate guardiamo puntate su puntate di Downton Abbey!

    E comunque, se ti può consolare, non credo che il Signor Bates abbia un metodo migliore del tuo per piegare i vestiti asciutti di Anna 😉

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