Il mio profilo in bianco e nero

Una strage al giorno. Non c’è pace su questa terra.

Solo ieri mattina, tra le pieghe dei notiziari, scorgevo l’ennesima tragedia nel Canale di Sicilia, precedute nella notte dalle vittime (quasi tutte civili!) di un colpo di stato in Turchia. Poco prima, lo sgomento per l’attentato di Nizza ci aveva assalito che avevamo ancora gli occhi umidi e la rabbia in seno per il terribile incidente ferroviario di Corato. Ma era passata solo una settimana dai fatti di Dallas, e un’altra ancora da quelli di Dacca, in Bangladesh… Potrei andare avanti, anzi “indietro”, all’infinito. Ma io mi chiedo, è sempre stato così?

La mia visione del mondo abbraccia un orizzonte troppo ristretto, me ne rendo conto e lo riconosco. E così, se accade un attentato a Nizza, lo so nel giro di un secondo: 84 morti immediatamente sulla bocca di tutti, 84 morti innocenti diventati tutti improvvisamente nostri cari. Ma se un operaio crepa di fatica in una fabbrica di smartphone in Cina, lo leggerò forse nei titoli dei giornali? Se un bambino resta schiacciato sotto le macerie di un bombardamento in Siria, avrò il coraggio di cercare il suo nome? Se un profugo annega nel mare in cui d’estate faccio il bagno, da chi andrò per farmi raccontare la sua storia?

Per quanto io mi affanni a scorrere l’infinita bacheca di Facebook o a collegare tutti i quotidiani del pianeta al lettore di Feed RSS che ho installato nel cellulare, la mia conoscenza dei fatti resterà circoscritta e la mia comprensione del mondo tristemente limitata. Non ho tempo, né energie a sufficienza per capire tutto questo. Ma neppure voglio che di una notizia di cronaca resti solo il numero di vittime e la religione del colpevole. Vorrei piuttosto che queste cifre diventassero il simbolo di tutti quei morti di cui non ho mai saputo nulla.

La verità è che nel mondo accade ben più di quanto potrò mai scorgere da uno schermo di cinque pollici. Internet, questa finestra spalancata su un panorama vasto (quasi) come l’umanità intera. Eppure nessun essere umano riuscirà mai a raccogliere tutto quanto sotto un unico sguardo – così come Borges aveva immaginato nel suo “Aleph” -, men che meno a farne una sintesi tale da poter dire “sono consapevole della condizione umana”. Non basterebbe una vita per leggere e ascoltare, anche solo superficialmente, ogni cosa che viene scritta e detta in un solo giorno. “So di non sapere”, aveva concluso Socrate, poco prima di morire. Oggi, ne sono certo, lo ripeterebbe ancor più convintamente dal suo profilo Facebook.

Dirò di più. All’indomani di una strage, i Social network si tingono dei colori della bandiera di turno. Ma di quante bandiere dovrebbero tingersi, ogni giorno, i nostri volti digitali? Tre, quattro, sei, dieci, cento… quanti sono i popoli, le etnie o semplicemente le “idee” che ogni giorno vengono privati delle più elementari garanzie di libertà? Invece, a scorrere questa benedetta bacheca mi pare che la mia vita continui a scorrere come se nulla fosse. Che io perseveri, indifferente, a mescolare la mia immagine e la mia voce alle altrui immagini e voci, in un’interminabile fiera delle vanità. Il web è dunque destinato a diventare un’unica, enorme stanza chiusa, dove tutti parlano e pochi ascoltano, dove tutti corrono e raramente si incontrano? Cosa posso fare io, più di quel che faccio?

Sono alla ricerca, come tutti, di un modo per lasciare il segno. Un segno che non sia semplicemente un archivio digitale di gesti inutili e immateriali, ma un comportamento, uno stile di vita, che al limite influenzi (in positivo) quello di chi mi sta accanto. Anche solo per lo zero virgola uno percento. E che questo si trasmetta a catena di prossimo in prossimo, assommando i nostri zero virgola uno percento, finché ci sarà un uomo, una donna, che sarà al cento percento migliore dei migliori di noi.

Nel frattempo virerò al bianco e nero la mia immagine di profilo. Un bianco e nero che contenga ogni bandiera, ogni colore della pelle e ogni religione del mondo. Così mi ricorderò di ogni ingiustizia, guerra, femminicidio, tortura, razzismo, schiavitù che ancora non conosco e che pure merita il mio sdegno. Mentre coltivo la speranza che tutto ciò diventi, prima o poi, un ricordo del passato. Materia, appunto, per qualche film in bianco e nero.

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