La strada migliore che puoi percorrere è quella che hai preso per sbaglio

La moto è una cosa semplice. È un motore montato sopra un paio di ruote, una catena per andare, un manubrio per girare. Ti metti a cavalcioni e ti porta dove vuoi, da solo o in compagnia. E quando sei arrivato dove volevi, subito vuoi andare in un altro posto che non hai mai visto. La moto non fa storie, non chiede riposo, non si stufa, ti ci porta e basta. Al limite finisce la benzina, o si rompe. Ma non te lo fa pesare, te lo dice e basta.

È un’anno e mezzo che ce l’ho.
Prima manco il motorino, perché mamma si preoccupava: “Ti compro la macchina, piuttosto!”, mi disse quando facevo l’università. Ma no mamma, niente macchina in più, mi basta usare la tua… il motorino era più semplice, ma vabbè, fine della storia.
A quarant’anni però l’ho presa, me la sono portata a casa per il mio compleanno. Usata ma tenuta bene – direbbe Luca Carboni -, facile ma giusta per viaggiare. Ci ho fatto già tanti chilometri, perché io, in qualunque posto, ho deciso che voglio arrivarci in moto a prescindere. Se proprio non si può, allora ci vado in macchina.

La prima cosa che ho messo sulla moto è stato il porta-biglietto-dell’autostrada. Niente Telepass, la moto è una cosa semplice. Ho preso la custodia di una penna Parker, un regalo di molto tempo fa, e l’ho avvitata sul manubrio. Ci metto il ticket e il bancomat, così quando sono al casello sono velocissimo a pagare. Più di una macchina, perché io non devo nemmeno abbassare il finestrino. La seconda cosa che ci ho messo è il porta-smartphone. Non per telefonare, ma perché io uso lo smartphone come navigatore. In moto è importante, perché io con la moto ci voglio arrivare ovunque si possa arrivare con due ruote. Tranne nelle ciclabili, ovvio. La mia moto è simile a una bicicletta, ma non uguale. Quando la parcheggio vicino alle bici ho paura che si senta a disagio. Allora le do una pacca sulla sella e le dico sottovoce “tranquilla, sei solo una bicicletta più grossa”. Poi ci penso un attimo e spero non si offenda.

Domenica scorsa la mia amica Monica mi invita a una festa organizzata dalla sua famiglia tra le mura di Civitella di Foligno. È un borgo piccolissimo, tutto incrostato su un picco che sta – appunto – sopra Foligno (http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-civitella-foligno/). Io sto a Marzocca a fare un po’ di mare con due amici, loro vanno via presto e a me bastano meno di due ore per andare alla festa. Google Maps pare che dica “Guarda lì, è un tiro di schioppo!”. E lui dice bene. Sono io che chiedo male. Che sbaglio “Civitella”, che in Umbria ce ne sono un milione, e così senza saperlo punto dritto su una delle 999mila sbagliate. Ma non me ne accorgo: la moto sta lì nello stallo sul lungomare che non vede l’ora di portarmici. E allora io mi tolgo la spiaggia dai piedi e parto allegrissimo per la Statale.

Lungo il tragitto vedo un sacco di paesini e paeselli che non ho mai sentito nominare, altri me li ricordo dall’infanzia. Seguo con fiducia il navigatore perché la strada è bella e piacevole, mentre si snoda tra colline e vallate ombrose di verde e rigate di fieno. Da dentro il casco ogni tanto esclamo “Che bello!!!” anche se nessuno può sentirmi. Lo dico a me stesso, perché me lo voglio ricordare quant’è bello ciò che vedo. Forse sono rimasto solo io a non saperlo. La moto è una cosa semplice. Ti porta dove vuoi, o dove credi di voler andare. Anche la strada è una cosa semplice, una striscia di velluto inerte cucita nella natura viva. A volte rassicura, a volte fa paura. L’umanità rotola a velocità differenti secondo l’umore e la missione. Io e la mia moto siamo un tutt’uno di velocità e stupore, il motore ronza e io canto sotto il casco.

Ma la strada è sbagliata, me ne accorgo solo alla fine, quando arrivo alla “Civitella” sbagliata e niente somiglia a ciò che mi aspettavo. Non ci sono le antiche pareti castellane, non c’è la torre mezza crollata. Ci sono due persone che vivono in una casetta di legno, perché sono finito in mezzo al cratere e un po’ mi vergogno di essere felice. Trovo finalmente la destinazione giusta. Ammesso che la prima fosse davvero “sbagliata”. Monica mi chiama e mi suggerisce di arrivare fino a Sant’Eraclio e poi seguire le indicazioni per Cancelli. E io riparto, la sua voce mi ha fatto bene: sono un po’ stanco, la moto invece no, e io non voglio aspettare. Il navigatore mi porta su una salita ripida e sconnessa, la moto mi tira su instancabile come uno skilift. “Come va, come va su bene! Dai che siamo arrivati!”, esclamo sotto il casco. E poi però mi fermo, perché la strada diventa un sentiero di sassi in mezzo al bosco. A soli quattro chilometri c’è Monica che festeggia tra i suoi ruderi, ma sono quattro chilometri da fare zaino in spalla con gli scarponi ai piedi. Sono lontano da tutto e da tutti, intorno c’è il nulla.

Torno a valle e riprendo la strada più lunga. Dura una vita, non bado più ai monti, al cielo, al verde rigato di fieno. Sono stremato e devo arrivare in fondo. Sfioro Leggiana, dove Monica mi ha raccontato che c’è la “Casa delle Farfalle” di sua nonna. Poi arrivo a Sant’Eraclio e dopo ancora a Cancelli. Poi la strada si fa bianca, mentre il cielo si fa blu e arancio. La moto scoda un po’ sulla breccia, io penso solo alla distanza che mi lascio alle spalle, un paio di metri alla volta. E poi davvero arrivo in cima, dove c’è il rudere, dove c’è Monica, la festa e i fili di lampadine al tungsteno scintillanti, come in una vecchia cartolina sbiadita. E gente che ride e balla nei crocicchi. Monica mi viene incontro, mi ha tenuto da parte tre panini con la salsiccia e mi presenta un mucchio di amici e suonatori, il fidanzato dalla lunga barba che sembra uno ZZ-Top, suo padre con la stretta di mano d’altri tempi, la piccola Zoe che si chiama come la mia nonna vissuta fino a 103 anni. C’è un belvedere a strapiombo, con sotto la piana dove giace Foligno e sopra una falce di luna che pare un taglio nel cielo di cartapesta illuminato da dietro. Sulla staccionata Monica ha attaccato delle poesie di Tonino Guerra che ci dicono un sacco con quel momento lì.

La mia moto aspetta sulla strada bianca, a ridosso dei ruderi. Si chiama Suzy. Le ho dato un nome, ma non come a una persona: le persone cambiano, le persone pensano, ti abbracciano e ti raccontano cose. Suzy è una moto semplice e sa fare una cosa sola: mi fa amare anche la strada presa per sbaglio. E io ho negli occhi ancora il verde rigato di fieno, la strada di sassi che si perde nel bosco, i fili di lampadine sospese nel buio. Nelle orecchie il ronzio del motore che mi tira in cima, la musica dei suonatori che si smorza, la voce squillante di Monica che mi racconta cose.

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Il supermarket delle opionini

(foto di Elena Grishina)

– Salve, desidera?

– Sto cercando un’opinione, ma non me ne intendo. Cosa mi consiglia?

– Eh eh, signora mia, di opinioni ne abbiamo fin troppe. Mi dia almeno qualche indicazione.

– Non saprei… io sono cattolica.

– Beh, è un inizio. Praticante?

– Mmmh, non credo: alla messa ci vado giusto per i matrimoni.

– Dunque… ci vuole qualcosa di preconcetto, un legame di causa-effetto. Sorvolerei su preti e pedofilia, non Le si addice. Rom e furti nel quartiere? Omosessuali e AIDS? Unione Europea e burocrazia? Politici e corruzione? A proposito, si ricorda chi ha votato l’ultima volta?

– Boh, mi prende alla sprovvista… Ma senta, è proprio necessaria la politica? Non ci capisco niente, e poi non mi interessa.

– È quella che va per la maggiore. E poi, creda, non è necessario capirci qualcosa o interessarsene veramente. Altrimenti abbiamo lo sport: calciatori stranieri naturalizzati, doping nel ciclismo, scontri fra tifoserie. Abbiamo anche qualche provocazione sulle paraolimpiadi, però l’avverto, solo ogni quattro anni.

– Ora che ci penso. Ultimamente sento sempre parlare di questo telefilm… non ricordo il nome, a volte è inglese a volte è italiano, non so nemmeno se sia lo stesso.

– Ah, certo, questo è un ottimo argomento. Lo dice anche la pubblicità: “con noi vedi le serie tv di cui tutti parlano!” Ha un abbonamento?

– No. Perché, bisogna vederle? Quanto tempo ci vuole?

– Nessun problema, Le forniamo noi riassunto, commento e piano editoriale. Di solito all’inizio si esprime entusiasmo; nei finali di stagione si gioca sul crescendo di aspettative; infine si stronca l’ultimo episodio della serie. Funziona bene e non c’entra la politica.

– Anche se a pensarci bene… la politica… è più generica, no? Cioè, con quella alla fine si può parlare più o meno con tutti.

– Dipende, signora, dipende. Lei forse si confonde con la cronaca. Si parte sempre dalla cronaca, poi la si butta in politica. Basta fare attenzione a leggere solo il titolo, in grassetto, sotto la foto. Sennò poi Le si stempera l’odio e la polemica non monta.

– Cronaca, eh? Ma non sarà noioso?

– No davvero, mi creda, c’è l’imbarazzo della scelta. Possiamo fornirLe fatti veri o inventati, secondo i suoi gusti o il meteo del giorno.

– A proposito del meteo, mi piacerebbe avere un’opinione sul cambiamento climatico.

– Negazionista o catastrofista?

– Non c’è una via di mezzo?

– Certamente… ma mi creda, a quel punto tanto vale investire sulla cronaca nera. Lì solo colpevole o innocente. E Lei può anche scegliere “la vera vittima”. Quando si stanca Le basta virare sul garantismo e non è più affar suo.

– Uff, che complicato… ma il “garantismo”, non ho mai capito: è di destra o di sinistra?

– Si adatta alla situazione. Dipende dall’imputato: nazionalità, appartenenza politica, età anagrafica, prete o laico. Uomo o donna, invece, non vale più come una volta. E poi bisogna vedere l’orientamento sessuale. Comunque ormai il garantismo è monopolio del linguaggio politico.

– Mmmh, non mi convince. La politica è una cosa così violenta.

– Se vuole il neutro senza rischi, ci sarebbero i “reality show”. Nessun pericolo di danni fisici: tutto finto, tutto già scritto, con rigoroso distacco dalla realtà.

– Ma allora, perché si chiamano…

– Alt, signora mia, niente senso critico! È scritto fuori dal negozio: qui vendiamo solo opinioni pre-confezionate! Se vuole ragionare con la Sua testa – perdoni la franchezza – si iscriva in biblioteca, qui nella via accanto, e si legga qualche libro… e senza vedere prima il film!

– … ha ragione, mi scusi, sto cercando di smettere. È che stamattina mio figlio mi ha fatto una domanda. L’ho rimproverato, sa? “Cerca su Google!” gli ho detto. Ma ormai era lì che mi girava in testa.

– Lasci stare, signora, non c’è nulla di cui vergognarsi… beh! Ma allora… ci siamo arrivati! Adesso è tutto chiaro! Signora mia, Lei ha bisogno di un Nemico.

– Dice?

– Certo che sì! Se vuole smettere di farsi domande – ma smettere davvero! -, non c’è modo migliore! Un Nemico alla settimana – dosaggio medio per la Sua età – e Lei non avrà più il tempo di farsi domande.

– Aspetti, un Nemico è uno che mi ha fatto un torto. Dev’essere uno che conosco?

– Per carità, signora mia, sarebbe da irresponsabili! Bisogna che sia estraneo. Basta solo che Lei lo giudichi “sbagliato”.

– E come capirò chi è giusto e chi è sbagliato?

– Giusto o sbagliato non sarà più un problema, grazie alla potenza delle emozioni umane: la paura La terrà al riparo da qualunque coinvolgimento personale. Lei diventerà “emotiva”, il giudizio verrà da sé. D’ora in avanti sarà soltanto “o me, o loro!”. 

– Loro?

– Assolutamente sì! Quando si sceglie un Nemico il plurale è d’obbligo: un bersaglio grosso è più facile da colpire. Una categoria, una classe sociale, un partito politico, un gruppo etnico, un orientamento sessuale. Preferibilmente caratterizzati da un’evidente svantaggio, anche passeggero. Lei potrà facilmente trasformare questo svantaggio in un errore, in un passo falso del Suo Nemico. Maggiore il fallimento, maggiore la soddisfazione!

– Sembra proprio quello che fa per me… ma come faccio a scegliere?

– Basta seguire l’attualità: i telegiornali offrono moltissimi spunti, glie lo garantisco. Dalle tribune politiche, soprattutto, arrivano molti suggerimenti facili da mettere in pratica. L’importante è che il Nemico sia sufficientemente lontano dal Suo quotidiano, dalla Sua cultura. Oppure – al contrario – che sia un fatto talmente assodato, sul piano sociale, da prestare il fianco all’insinuazione gratuita.

– Cosa intende?

– Basta un’ombra di sospetto, un odore di complotto, preferibilmente campato in aria, così da rendere impossibile la normale dialettica del contraddittorio. Insomma, meno ne sa, meglio è!

– Un Nemico, eh?… Mi faccia un esempio.

– I neo-fascisti! O, se preferisce, i vetero-comunisti.

– Ancora politica?? Le ho già detto che…

– Allora prenda i vaccini. Favorevole o contraria?

– Non vorrei problemi coi figli a scuola…

– Se è per quello, signora mia, la scuola è una fucina di scandali che non aspettano altro che la Sua opinione: abbiamo maestre manesche facilissime da condannare…

– Oh insomma, non pensavo fosse così complicato!

– Mi dispiace, signora, ma la scelta è sua.

– Uffa! Uffa! Io volevo semplicemente un’opinione, mica la Luna!… già, la Luna…

– Sta forse pensando al complotto sullo sbarco?

– Sbarco? Che sbarco?… no, aspetti, era lì, sullo scaffale in basso… Ecco, guardi, PRENDO QUESTA!

– Ah! Ma, signora mia… questa… insomma, proprio questa… 

– Qual è il problema? È già venduta?

– No, non si tratta di… è che proprio questa, insomma… lo sanno tutti… signora mia, mi perdoni… ecco, non si offenda, io La devo avvisare… lo sanno tutti che…

– Cosa? Lo dica! Lo dica, perbacco!

– … che la Terra… è SFERICA!

– Questo lo dice Lei!!!

– Signora mia, eh eh… signora mi perdoni un’ultima volta, eh eh… ma dovevo metterla alla prova… Invece vedo che ha scelto benissimo. Complimenti, l’opinione è Sua!

– Bene!! Ce l’ho fatta! Mi piace un sacco, sono soddisfattissima! Sembra una specie di “pizza” blu e verdognola… starà benissimo in soggiorno, appesa al muro accanto alla TV! Si vede anche l’Italia nel centro! Certo che come si mangia in Italia, eh? Non so proprio come ringraziarLa! Quant’è?

– Niente signora, niente! Per lei è gratis.

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Un incubo che si avvera

Ho attivato Instagram. Evviva.

Era un po’ che ci pensavo, perché tutti dicono che Facebook è bollito e che i giovani stanno tutti su Instagram. Che poi ci stanno anche i vecchi, ne sono certo. Comunque, io non sono mai stato giovane, ma non sono ancora vecchio.

Mi ci è voluto un po’. Ho scaricato l’app, ma non mi faceva accedere con Facebook. Allora ho provato manualmente con le credenziali usate per Facebook (email, nome utente, ecc.): l’app mi rispondeva prima che l’utente era già in uso e la password errata. Poi, quando provavo a recuperare la password, che l’utente non esisteva. Ero in un cul-de-sac. Non so se nell’era di Instagram si dice “cul-de-sac”. Ma quello era, una specie di loop kafkiano ambientato nell’era digitale. Allora ho tentato di creare un utente ex-novo con un altro indirizzo email. Ma il nome utente che mi proponeva in automatico era già in uso, e quasi tutte le possibili varianti prontamente occupate. Finalmente ho trovato un nome utente disponibile: ho confermato e scelto una password, quindi… “Il tuo utente è stato bloccato per violazione delle policy di Instagram”. Mi sono chiesto quale policy possa mai aver violato, visto che non ero ancora riuscito ad accedere nemmeno una volta.

Ma io non ho demorso (che è il participio passato del verbo “demordere”) e, su proposta dell’app di Instagram, ho deciso di attuare la procedura di recupero di un account disattivato. Clicco sull’apposito pulsante e in pochi istanti mi arriva un’email con le istruzioni:

Salve, […] prima di poterti fornire assistenza, dobbiamo verificare che tu sia il titolare dell’account.

Ti preghiamo di rispondere a questa e-mail allegando una tua foto in cui reggi il codice scritto a mano riportato di seguito: [*****].

Assicurati che la foto che invii:

  • mostri il codice scritto su un foglio di carta e seguito dal tuo nome completo e dal tuo nome utente;
  • mostri le tue mani che reggono il foglio e il tuo viso per intero;
  • sia ben illuminata, non sia troppo piccola, scura o sfocata; […]

Grazie,
Il team di Instagram

Sarò più anziano di quanto pensavo, ma l’ho riletta quattro volte e ancora non ci credevo. Ci mancava solo che mi chiedessero un quotidiano del giorno in primo piano e la stella delle brigate rosse sullo sfondo. Ho aspettato dieci giorni. Non perché non mi fidassi, ma perché mi sentivo ridicolo a mandare una mia foto “segnaletica” a dei perfetti sconosciuti seduti in un qualche helpdesk del Nepal per riattivare un account social che non avevo neanche mai toccato. Dieci giorni, dicevo. Poi ho preso coraggio e ho chiesto a qualcuno molto più giovane di me – contando sul fatto che non mi avrebbe riso in faccia – di farmi la foto segnaletica. Non mi ricordavo neanche più il nome utente che avevo scelto dieci giorni prima, per altro dopo diciotto tentativi. Ho tirato a indovinare e nel corpo dell’email mi sono persino scusato nel caso fosse stato sbagliato. Chissà le risate quando l’hanno ricevuta, giù in Nepal.

Finalmente dopo una settimana mi è arrivato il responso. In spagnolo. Vai tu a sapere perché in spagnolo… Comunque hanno detto che mi hanno riattivato l’utente. Quale non lo sapevo ancora, ma dopo un paio di tentativi di accesso l’app finalmente ha funzionato.

Ed eccolo lì, il mio sudato account di Instagram: completamente vuoto, intonso, nel suo virgineo biancore. Ho caricato subito una foto del profilo – la stessa del mio utente FB e WordPress – e ho ovviamente testato la funzione macchina fotografica. Che poi, del resto, Instagram È una macchina fotografica. Con un sacco di filtri digitali. Ho cominciato a scorrerli: quello che ti illumina il viso di luce soffusa come Mariah Carey dopo la doccia, i raggi come Zeus in “Scontro fra titani” e/o Padre Pio da Pietralcina sui santini, i cuoricini pulsanti che ti escono dai pori, le orecchie e il musetto da coniglio/cagnolino/gattino – finalmente anch’io posso!!! -, eccetera eccetera. Credo che non mi basterebbe una settimana per esplorarli tutti. Giocare con la mia immagine sarà un divertimento inesauribile. Patologico, lo ammetto, ma inesauribile. E in un’epoca che lotta ogni giorno con la scarsità di risorse è importante sapere che, nel nostro ecosistema, c’è almeno una cosa inesauribile.

Ma l’ho voluto io. Non mi hanno cercato loro, nessuno mi ha costretto. L’ho voluto io. Inizia la metamorfosi kafkiana. Sento già prudermi la schiena, mentre sbucano le alette da coleottero. Le mandibole si allungano, la pelle si inspessisce virando al nero lucido. Cercatemi. E seguitemi. Solo non ricordo: quante zampe ha uno scarafaggio?

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Dove eravamo rimasti

Scrivere in questo spazio, oggi, dopo oltre due anni e mezzo di assenza, non è come provare a chiamare un amico che non senti da una vita, sperando che non sia morto, o che non abbia cambiato numero di cellulare.

Senti che squilla a vuoto: sulle prime la cosa ti rincuora – “allora non è morto!” -, poi ti accorgi che ti mancano le parole, che non hai nemmeno pensato a come iniziare la conversazione. Dopo tanto tempo ti assale il senso di colpa, lo scrupolo di essere in difetto, il timore di un rimprovero, di una rivelazione drammatica. O che non risponda affatto, senza che tu sappia il perché. Forse è in riunione. Magari sta guidando. Oppure non riconosce il tuo numero. Oppure, oppure, oppure. Passano i giorni e non richiama. E tu, alla cieca, devi scegliere se insistere o chiudere quella porta per sempre.

No, dicevo, non è questo.

Tornare qui, dopo oltre due anni e mezzo, è come riaprire un vecchio diario abbandonato in un cassetto. Tu solo sai perché ti eri interrotto, il tuo diario no. Eppure non ti ha mai cercato: se volevi, sapevi tu dove trovarlo. Non ti rompe le scatole per sapere che fine avevi fatto, non ti chiede “dove diavolo eri finito?”. Lui è rimasto lì, esattamente dove e come lo hai lasciato. Semplicemente ha atteso, per un tempo indefinito, fedele come un cane. Tu lo apri, lo scorri rapidamente, con “la paura e la voglia” di rileggere vecchi ricordi, tra il desiderio di voltare pagina e il timore di scoprire che allora eri più felice di adesso. Ti affretti fino alla prossima pagina bianca. Ma la prima è a destra, mentre a sinistra ci sono le ultime 10 righe di una vita precedente che vorresti dimenticare. Ti sforzi di non sbirciare, poi sbirci lo stesso, e allora volti una pagina ancora e il diario è finalmente tutto bianco.

Dove eravamo rimasti. In effetti non è importante. E non mi interessa raccontare qui di questi due anni e mezzo. Per quello esiste un altro diario, il mio “Diario d’inverno”. Mi interessa andare avanti. Pazienza se nel blog resterà un vuoto, un salto temporale. Sarà quella “pagina bianca” in più, che crea la distanza necessaria a non guardarsi più indietro. Un vuoto di silenzio del tutto personale che, come un tessuto cicatriziale, segna il confine tra due vite distinte sulla pelle del medesimo uomo.

A presto,
Claudio

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Una pagina bianca

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Scherzi del design?

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Le foto – I murales di Tuineje (Fuerteventura)

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