Un cassetto per ogni cosa

file8161302912877Potreste definirmi un archiviatore folle. Da quando, poco più che adolescente, ho fatto il mio ingresso nella vita adulta organizzata, ho sviluppato una tendenza maniacale a catalogare, classificare, collocare qualsiasi cosa: pezzi di Lego, messaggi di posta elettronica, fotografie, appunti, copioni teatrali, sorprese del Mulino Bianco e cianfrusaglie di ogni genere. Un cassetto per ogni cosa è l’imperativo che mi ronza in testa costantemente. Ricordo che da ragazzo avevo un’intera collezione di monete da venti lire: non chiedetemi che senso avesse collezionare monete tutte uguali e nemmeno fuori corso, ma mi piaceva il fatto che fossero abbastanza rare e tutte dorate. La fornaia me ne faceva arrivare interi sacchetti tramite mia madre e quando smisi di raccoglierle erano esattamente mille e sessantuno. Le conservai a lungo in una scatola da scarpe. Ogni tanto vi immergevo le mani, per sentirmi come Zio Paperone che nuotava nel denaro dentro al suo Deposito, o come un pirata che trova un forziere pieno d’oro.

Con il passare degli anni, e con l’evoluzione della tecnologia, la mia ossessione archivistica si è naturalmente riversata nel campo digitale. Collezionavo file musicali, conservavo documenti e scambi di corrispondenza, oltre alle classiche fotografie digitali con cui tutti, negli ultimi anni, abbiamo cominciato a riempire i nostri hard disk e poi i nostri cloud. Dopo aver travasato questa massa di informazioni di computer in computer, qualche anno fa comprai il mio primo hard disk portatile da 500 GB. Un paio di anni fa cominciai a temere che potesse cedere da un momento all’altro e decisi di passare a qualcosa di più serio: comprai un’unità esterna da 3,5″ e 2 Terabyte di capacità, trasferendovi ben presto tutto il mio tesoro. Si trattava di una memoria enorme, per i miei standard, e pensai che ci avrei messo una vita a riempirla. Ma poco dopo arrivò la prima reflex digitale e allora mi resi conto che tutto quello spazio sarebbe bastato solo per qualche anno.

La mia tecnica di archiviazione, complice il lavoro che svolgo, si è affinata parecchio. Credo di aver passato ore intere a completare i tag dei migliaia di mp3 accumulati negli anni, avendo cura di scrivere i nomi dei cantanti sempre nello stesso modo, per agevolare la ricerca. Quanto alle fotografie digitali, ogni cartella era accuratamente datata e descritta nel titolo. Una semplice ricerca da esplora risorse mi restituiva in pochi istanti quello che stavo cercando. C’erano la sezione Famiglia, quella del Teatro, quella di me e Trilly, persino una dedicata a Fanta. E poi gli amici, gli avvenimenti particolari, le stramberie fotografate qua e là, ecc.. C’era sempre un “cassetto” – cioè una cartella – per ogni cosa.

Per un archiviatore folle la precisione e la dedizione sono tutto. La fatica è tanta, ma ben spesa: in questa maniera, perdere un ricordo è davvero un evento molto raro. E proprio per questo, molto fastidioso. L’errore di catalogazione è mal tollerato da un archiviatore folle. La ridondanza risulta quasi inaccettabile. Ancor più l’eventualità di cancellare un file dal computer senza prima averlo salvato sull’hard disk esterno. Ricordo che un giorno andai quasi in depressione perché non trovavo il RAW di una fotografia cui tenevo tantissimo. Era uno dei miei primi scatti con la K-7, un tramonto che a me pareva un capolavoro e del quale avevo perso per sempre il “negativo digitale”. Fu un lutto.

Ma il vero dramma interiore di un archiviatore folle è che ogni ricordo diventa per lui uguale a tutti gli altri. Non c’è un ordine di importanza o di affetto, ma solo una classificazione. Quando la tensione a catalogare è così forte, l’importanza stessa di un ricordo cede il passo all’urgenza della sua classificazione, e l’emozione legata a quel ricordo non sopravvive. L’archiviatore folle è capace conservare ogni cosa nei suoi cassetti, ma nulla nel suo cuore.

Immaginate dunque il mio disappunto, ieri, quando mi sono ritrovato ad osservare la lucina posteriore del mio hard disk da 2 Terabyte lampeggiare invano per decine di minuti, mentre per il mio pc restava del tutto invisibile. Il mio intero tesoro di file raccolti in venti anni di monastica vita digitale era diventato improvvisamente inaccessibile. Ho sperato in un problema momentaneo, ho cercato soluzioni su internet, ho atteso a lungo che il disco facesse la sua comparsa tra le risorse del computer. Ho spento e riacceso, ho collegato e scollegato, ma non è servito a niente. Stamattina il verdetto: l’hard disk sembra definitivamente compromesso. Si potrebbe tentare di ricostruire ciò che è rimasto con un programma di recupero, ma impiegherebbe molti giorni e senza garanzia di risultato. Nel migliore dei casi, comunque, la struttura delle cartelle è irrecuperabile e i file sopravvissuti hanno perso il proprio nome. Oggi ho visto il mio prezioso archivio ridotto ad un mero elenco di migliaia di file numerati progressivamente. L’incubo peggiore di qualunque archiviatore folle.

Non so descrivere il mio stato d’animo. Quando ne ho parlato con Trilly, ho detto «c’è tutta la mia vita lì dentro». Anche oggi, dicendolo ad un paio di colleghi, mi sono espresso come chi ha perso la casa per un terremoto. «Ho perso tutto», ho detto. Ora però, mi interrogo sul significato di questa frase. Cosa vuol dire davvero “ho perso tutto”? Perdere le fotografie di un intero pezzo di vita è “perdere tutto”? Perdere quel lavoro certosino di datazione e raggruppamento di file è “perdere tutto”? Possiamo davvero registrare tutto in una memoria digitale e credere che questo salvaguarderà in eterno i nostri ricordi? Non è forse tutta un’illusione l’idea che quest’enorme massa di informazioni accumulate nei nostri computer, nei nostri profili social e nei cloud server sparsi per il mondo possa un giorno tornare utile – se non addirittura rivelarsi indispensabile – all’uomo del futuro?

Oggi ho capito che no, aver rotto il mio hard disk non è “perdere tutto”. No, perdere tutto è un’altra cosa. Perdere tutto è vedere la propria casa distrutta da un cataclisma, i propri cari uccisi dalla guerra, la propria libertà negata con la violenza, la propria salute minata da un male incurabile. Ma neppure queste cose significano perdere tutto: c’è sempre chi, dopo simili perdite, conserva ancora dignità e speranza. Io ho perso delle immagini, qualche scritto, eppure Io non mi definisco con una manciata di bit. La mia esistenza non può essere ridotta ad un’albero a cartelle, ad un file-system in formato NTFS. Forse ciò che ho perso oggi è solo un fardello pesante che mi inchiodava alla paura di perdere quello stesso fardello. Ma c’è tutta una ricchezza nella mia vita che la tignola non consuma: ho ancora l’amore della mia vita, Trilly. La mia famiglia e gli amici fin troppo trascurati. Posso ancora scrivere, recitare, fotografare, perché il presente è una fonte inesauribile di storie, personaggi ed immagini. Non sono nato per far da bàlia al mio passato. La realtà, la realtà non si esaurirà mai.

Dunque, sia fatta tabula rasa. Punto zero e si riparte, badando stavolta alle cose vere. Quelle che non si rompono come uno stupido hard disk. Per tutto ciò che è stato, benedico questo blog, che ha accolto il succo di quanto vissuto fino ad ora. E dal quale, oggi, imparo a gridare: “CHISSENEFREGA!”

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Una risposta a Un cassetto per ogni cosa

  1. amleta ha detto:

    Meno male che hai capito alla fine cosa significa perdere davvero tutto. Però capisco bene il danno sai, perchè a me tempo fa mi è successa una cosa simile con i file dei miei scritti all’improvviso bloccati dentro una pen drive che non si apriva più. Anch’io ho provato qualcosa di negativo ma dopo mi son rassegnata e ho pensato che forse era meglio così.

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