Racconto – “Un lavoro ben fatto”

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“Un lavoro ben fatto”

Racconto di Claudio Di Filippo


54° PREMIO LETTERARIO “LEONE DI MUGGIA” Edizione 2014 indetto dall’Università Popolare di Trieste

Terzo classificato nella sezione “Prosa” con la seguente motivazione: «La vivacità del racconto, quasi cinematografica, cattura l’attenzione del lettore.»

(per info: Speciale Premio letterario Leone di Muggia)


 

Alla mia Trilly,
che mi ha insegnato a ridere di molte sciocchezze.

 

Guardavo perplesso il punto in cui le due pareti incontravano il soffitto. Lì la macchia appariva più intensa. Da quel punto, come raggi di un sole oscuro e maligno, diradavano i tre spigoli lungo i quali la colonia di muffa si era sviluppata durante l’inverno passato.

Quell’angolo di monolocale era diventato il mio incubo. Mi avevano spiegato che la muffa d’appartamento tende a formarsi sulle pareti esposte a nord, le più fredde, nelle stanze umide e poco ventilate. In effetti, in quell’ambiente di trenta metri quadri io dormivo, cucinavo e stendevo il bucato. Doppi vetri e infissi a tenuta avevano fatto il resto. «Ci dovrebbe essere un foro d’areazione fatto apposta», mi dissero, ma non ne trovai traccia in tutto il monolocale. “È buffo, – pensai, – costruiamo le case a tenuta stagna per non disperdere il calore durante l’inverno, e poi ci tocca ‘bucarle’ per non farle ammuffire…”

Presi coraggio e telefonai alla padrona di casa. La signora Stefania fu molto gentile e disponibile: mi assicurò che avrebbe al più presto concordato un sopralluogo con l’ingegnere che aveva diretto i lavori. «Che diamine, – s’irritò, – se si dimenticano di fare le cose, dovranno pur rimediare a loro spese! Ci mancherebbe, ci mancherebbe… La casa è nuova, sa? Lei è il primo a venirci ad abitare».

Era proprio vero. Il monolocale, così come l’intero edificio, era di costruzione recentissima. Le utenze luce e gas le attivai io stesso al momento del mio ingresso, quasi un anno prima. Lo avevo preso semi-arredato su suggerimento del datore di lavoro: l’affitto era tutto sommato ragionevole, le finiture buone e il mobilio nuovo di zecca.

Mi ero divertito parecchio a ‘collaudare’ ogni aspetto della mia nuova casa. La cucina, semplice ma funzionale, occupava un intero lato, e la si sarebbe giudicata persino sovradimensionata rispetto al resto dell’abitazione. Per me, tuttavia, questo era stato fin da subito un punto a favore, data la mia passione per i fornelli. Dal lato opposto c’era un’ampia finestra, accanto alla quale avevo improvvisato uno studiolo, con tanto di scrivanietta in truciolare rivestito simil-frassino e piccola libreria di metallo verniciato grigio. Ero stato bene attento a non usare chiodi o viti, a causa di un certo pudore che mi tratteneva dal produrre fori nei muri altrui. La finestra dava su un parcheggio privato, al centro del quale si ergeva la sede storica della società del gas, un edificio semplice, quadrato, ben ristrutturato, con tetto a spiovente sui quattro lati. Spesso mi soffermavo a osservarla con curiosità, perché mi ricordava le case fatte con il Lego.

La parete sud-est era dominata dal grande armadio bianco adibito a contenere quasi tutti i miei averi, ad eccezione delle stoviglie, della bicicletta e dello spazzolino da denti. Al centro dell’armadio, era ricavata una grande nicchia, che accoglieva il divano-letto. La soluzione era piuttosto intelligente: ottimizzava gli spazi senza sacrificare funzionalità e comfort. Unica modifica, avevo dovuto sostituire il divano-letto originale con un’altro da me scelto e acquistato in seguito. Infatti, nonostante fosse stato «fatto su misura dal miglior mobiliere della città!», il divano fornito della padrona di casa aveva un grosso difetto: tanto era comodo sedercisi, tanto era scomodo dormirci. La rete era in tondino d’acciaio saldato e il materasso non più spesso di due centimetri. Ipotizzai che, al momento dell’ordine, la signora avesse omesso di specificare che quel +divano-letto (leggi ‘più divano, meno letto’) serviva per farci dormire non tanto gli ospiti una volta l’anno, bensì il suo inquilino tutte le notti per quattro anni. Tanto peggio, andai a scegliermi un +letto-divano (leggi ‘più letto, meno divano’) dotato di rete a doghe e materasso bello spesso. Le misure della nicchia nell’armadio non mi lasciarono molta libertà scelta, così mi ritrovai il difetto opposto: sebbene come letto risultasse molto più confortevole, come divano si rivelò piuttosto rigido e spigoloso, tanto che per guardare la tv da steso, dovevo ammucchiare parecchi cuscini sopra al bracciolo, ché altrimenti pareva di poggiar la testa su un muretto in cemento armato.

Opposta all’armadio e al divano, stava la mia parete preferita. Qui, un’ampissima porta-finestra conduceva sul balcone loggiato di ben quattordici metri quadri. In pratica era grande come metà del monolocale. Chiunque avrebbe detto che era uno spreco di spazio, ma io adoravo quel balcone, affacciato su un grazioso parco di aghifoglie frondosi e leggiadre betulle. Mi dava un senso di pace. D’inverno, guardando il parco innevato sullo sfondo, con il loggiato di mattoni a vista e il parapetto in assi di legno scuro a far da cornice, mi pareva di stare in vacanza in Trentino.

Dietro la parete di cucina, infine, si celavano i servizi e un disimpegno sufficiente ad accogliere la caldaia, una lavatrice e qualche scopettone. Sullo stesso lato stava anche l’ingresso, il cui portoncino risultava ben nascosto alla vista da un breve corridoio. Il risultato di quella disposizione, oltre che ottimale, rendeva l’abitazione più spaziosa, tanto che, stando in soggiorno, non si percepiva affatto l’idea di un monolocale, ma si sarebbe detto di stare in un vero appartamento.

In quei trenta metri quadri era cominciata, quasi un anno prima, la mia vita adulta, e adesso c’era quella macchia di muffa a guastare tutto.

«Pazienza, – mi dissi -, faremo questo buco».

~o~

La primavera era dolce, quell’anno. L’aria tiepida di marzo rendeva ancora più piacevole girare a piedi o in bici. Il traffico moderato non m’ingannava più: avevo compreso presto di essermi trasferito in una cittadina operosa, vitale, oltremodo allegra. Semplicemente, era a misura d’uomo, e pareva anzi immune al crescente caos tecnologico che rendeva il resto del mondo sempre più ansioso e conflittuale.

L’Ingegner Saverio Cirillo fu puntuale. Avevo percepito la cadenza partenopea già al telefono, così come il modo di fare sbrigativo, forse impreciso, ma di sicura efficacia, del professionista. Era opera sua la bella palazzina in cui vivevo, e solo per questo motivo quel tipo meritava la mia ammirazione. Bastarono meno di dieci minuti a stabilire il punto in cui praticare il foro di areazione. In settimana, assicurò Cirillo, sarebbero arrivati gli operai per sbrigare il lavoro.

Mentre ci salutavamo, pensai che io e quel Cirillo avevamo qualcosa in comune: entrambi eravamo ingegneri, entrambi eravamo trapiantati in una città molto più piccola e profondamente diversa rispetto a quella di origine. La differenza stava nel fatto che, mentre io ero poco più che un neolaureato al suo primo impiego, lui era evidentemente un professionista affermato che aveva realizzato interi palazzi, nei quali abitavano – nella mia immaginazione – decine e decine di famiglie. E se da una parte io conservavo tutto l’entusiasmo di un’avventura al suo principio, dall’altra lo sguardo di Cirillo tradiva una sfuggente malinconia, come di uno che, dietro i modi sbrigativi da uomo indaffarato, nasconde una qualche ancestrale delusione, e ogni giorno lavora e traffica senza sosta pur di non fare i conti coi propri sogni spezzati. Anni dopo avrei appreso, dal giornale locale, che un ingegnere – quell’ingegnere – era precipitato da un’impalcatura mentre dirigeva dei lavori di ristrutturazione, morendo sul colpo. Lo avrei appreso mentre bevevo il caffè nel bar sotto casa, in quella stessa palazzina, e il pensiero di quel pover uomo, morto senza preavviso, lontano da casa, avrebbe reso il mio caffè amaro come una sfuggente malinconia, nonostante le due bustine di zucchero che solevo rovesciarci dentro.

~o~

Huseyin e Kemal si presentarono ‘armati’ fino ai denti. Huseyin, il più anziano, viso bruciato dal sole, teneva in braccio il grosso trapano elettrico da cantiere, mentre Kemal, capelli neri, poco più che un ragazzo, lo seguiva trasportando, non senza fatica, la cassetta di acciaio mezza sbrindellata che conteneva le punte da muro e le seghe a tazza. Gli abiti da lavoro ricoperti di vernice e schizzi di cemento, le scarpe schiantate dall’uso, i due sembravano essere arrivati a piedi.

Li feci accomodare, sfoggiando il mio sorriso migliore. Ci tenevo a mettere a loro agio gli operai e i tecnici che facevano lavori in casa mia. Da un lato, la mia indole gentile m’impediva di restare indifferente nei confronti di chicchessia, dall’altro ero convinto che un operaio trattato con riguardo lavorasse molto meglio di un operaio trattato con sufficienza. Non negavo l’esistenza dei profittatori, ma confidavo nel fatto che qualsiasi poco di buono trova più difficile fregare uno sconosciuto che gli sorride come a un caro amico.

I due biascicarono qualche parola in italiano stentato, poi, su mia indicazione, andarono ad accucciarsi di fronte alla porzione di muro accanto alla porta finestra, dov’era il punto designato. Collegata la prolunga, armeggiarono un po’ con le punte da trapano, cercando il diametro e la lunghezza giusti. Io osservavo con attenzione ogni passaggio, un po’ per curiosità, un po’ per timore che il metallo degli attrezzi potesse danneggiare il pavimento. La sega a tazza era lo strumento che mi affascinava di più: si trattava, né più né meno, di una grossa sega curvata a formare un cilindro, il lato con i denti lasciato aperto, il lato liscio chiuso da una specie di coperchio forato nel centro. Ne avevo vista usare una più piccola da mio padre, quando ero bambino, ma sempre sul compensato, mai su una parete spessa trenta centimetri. Mi chiedevo come sarebbe stato veder ‘carotare’ il muro con quell’aggeggio, e se la parte asportata si sarebbe sbriciolata, oppure sarebbe rimasta intatta come una torta a strati difficile da digerire.

Dal piano di sopra, intanto, provenivano i rumori di un altro cantiere. Avevo dovuto prendere due ore di permesso per seguire i due operai, ottenendo così il discutibile privilegio di ascoltare il chiasso dei muratori in piena attività nell’appartamento superiore. L’abitazione occupava mezzo attico e il nuovo proprietario stava apportando «qualche piccola modifica» prima di trasferircisi con moglie e figlia appena nata. A dire il vero, quel chiasso infernale andava avanti già da diversi mesi, e talvolta mi domandavo se non stessero costruendo un paio di piscine in terrazza e una succursale di Disneyland nella camera della piccola.

L’anziano, ora, stava di nuovo biascicando qualcosa e il ragazzo s’affrettò a tradurre per me: «Serve una punta più grande, ma noi non abbiamo qui. Tu puoi prestare a me una bicicletta, così io vado a prendere?». La richiesta mi parve piuttosto inusuale, poi la giustificai pensando che, visto il peso di tutta quell’attrezzatura, gli operai, giunti a piedi, avessero lasciato in cantiere le punte più grosse.

Avevo una vecchia bici in garage. O meglio, aveva la mia prima e unica mountain bike, regalatami dai genitori per i sedici anni. Ero sempre andato orgoglioso di quel telaio color verde perlato, reso più esotico da decalcomanie a forma di salamandre stilizzate. Ero affezionato al cambio a ventuno velocità, quasi un lusso per l’epoca, nonostante fosse sempre stato durissimo ‘a salire’ sulla corona anteriore, e ogni volta dovessi fare parecchia forza con il pollice destro sulla levetta. Appena trasferito, compresi che la bicicletta era il mezzo di locomozione preferito dai miei nuovi concittadini, nonché oggetto di autentica venerazione presso quelli più sportivi. Perciò mi ero affrettato a trasferire nella nuova città anche la bici e, non trovando una sistemazione migliore, le avevo destinato il posto auto dentro il garage condominiale.

Così scesi in strada insieme al ragazzo. Non mi preoccupai neanche per un istante di lasciare l’altro in casa, anche perché non c’era davvero nulla da rubare, né chiavi, né soldi lasciati in vista. Svoltammo sul lato nord-est della casa e scendemmo nel sotterraneo dalla rampa di accesso. Come spesso accadeva negli ultimi tempi, trovai il cancello automatico spalancato, a causa dell’autocarro che gli operai al lavoro sulla ‘Disneyland domestica’ lasciavano parcheggiato a cavallo della rampa. Di lì, infatti, era più semplice per loro issare i materiali da costruzione fino al terrazzo dell’ultimo piano.

La mountain bike se ne stava tranquilla ad aspettare il suo padrone tra le quattro colonne di cemento che delimitavano il rettangolo di parcheggio. Guardando quelle colonne, ricordai un buffo episodio dell’estate precedente. All’epoca, mentre ero ancora in prova presso il datore di lavoro, ebbi l’ardire di chiedere in prestito al capo ufficio la sua monovolume aziendale, per andare in montagna con gli amici. Germano – così si chiamava – non fece problemi, e in cambio si tenne, per una settimana, la vecchia Alfa col motore imballato che mi era stata affidata provvisoriamente. Quel giorno, tornando a casa dopo il lavoro, parcheggiai la monovolume nel garage, ma non di coda, come facevo di solito, bensì di muso e con mille precauzioni, visti gli ingombri maggiori rispetto all’Alfa. Non volevo, infatti, rischiare di rovinare la carrozzeria toccando una delle colonne. Al momento di partire per le ferie, il mattino dopo, distratto da mille pensieri, feci una manovra troppo disinvolta ed ecco, scorticai un’intera fiancata della monovolume del mio capo contro la colonna di destra. Decisi di partire comunque, giacché l’auto, a noleggio con leasing aziendale, era certamente assicurata contro qualunque peripezia, ma mi feci ugualmente tutta la settimana di ferie pensando a cosa avrebbe detto il direttore vedendo quel disastro. Al ritorno dalla montagna, non volli commettere lo stesso errore. Sempre con mille precauzioni, parcheggiai la monovolume di coda, com’era mia abitudine e come mi sentivo più sicuro. Neanche a farlo apposta, uscendo dal posto auto, il lunedì mattina, manovrai di nuovo come se fossi a bordo dell’Alfa, strinsi troppo la curva ed ecco, scorticai la fiancata sulla stessa colonna di cemento. Dopo un breve smarrimento, un pensiero mi tranquillizzò: “Che mi arrabbio a fare? Tanto quella fiancata l’avevo già sfregiata prima di partire…”. Ma un attimo dopo rammentai che la volta prima aveva parcheggiato nel verso opposto, quindi, se i miei calcoli erano esatti, avevo appena scorticato… l’altra fiancata! Mi misi a ridere da solo, come un idiota, e non smisi finché non fui arrivato in ufficio, dove mi presentai al direttore dicendo: «Capo, ho una notizia cattiva e una buona: la cattiva è che le ho sfregiato entrambe le fiancate della macchina; la buona è che gli sfregi sono… perfettamente simmetrici!». Forse fu quell’insana spavalderia a evitarmi il licenziamento in tronco.

Comunque, la bici era lì, ben piantata sul cavalletto, senza catenacci o altre protezioni. La offrii al ragazzo, che ringraziò e schizzò via come il vento a prendere chissà dove quella sua punta da trapano. A me non rimase che risalire a piedi la rampa del garage per tornare in appartamento, dove mi auguravo di trovare tutto in ordine. Mentre camminavo a passo svelto, mi sforzavo di cacciar via una strana sensazione, quella che si prova certe volte, uscendo di casa, quando per qualche misterioso meccanismo della mente ci assale il dubbio di non avere indossato i pantaloni, o di avere ancora le ciabatte ai piedi, o magari di aver lasciato le chiavi di casa infilate nella toppa. Poi, invece, capiamo che è solo un’impressione, e partiamo tranquilli – ma mai del tutto – per la nostra destinazione.

Kemal ci mise una dozzina di minuti tra andare e tornare. Mi restituì la bici senza danni apparenti, ed io la riposi contento nel sotterraneo, accarezzandola e quasi scusandomi con ‘lei’ per averla abbandonata, seppure per breve tempo, nelle mani di uno sconosciuto.

«E così venite dalla Turchia?» commentai, mentre li osservavo finalmente all’opera. Il ragazzo era abbastanza loquace: io lo tempestavo di domande, piuttosto futili, a dire il vero, non avendo nessun reale interesse riguardo alla Turchia in particolare e al Medio Oriente in generale. Alla fine la carota di muro venne via quasi tutta intera, e fu interessante costatare che la composizione della parete era a strati. Intonaco, mattoni forati, schiuma isolante, un secondo strato di mattoni, ancora intonaco. Sembrava proprio una torta. La schiuma isolante avrebbe potuto benissimo essere Pan di Spagna, ciò nonostante non riuscivo a immaginarmela sotto i denti.

Il foro circolare venne chiuso con due grate a lamelle: una bianca, in plastica, all’interno, e una seconda, di metallo, all’esterno. Fatto, lavoro terminato. I due operai turchi fecero sparire i calcinacci in un sacco di plastica e si affannarono a pulire la polvere che si era accumulata vicino al battiscopa. Poi raccolsero da terra le loro punte, le loro seghe a tazza e il grosso trapano. Per ultime raccolsero le proprie ginocchia indolenzite e macchiate di vernice e calce secca.

Appena prima che uscissero, strinsi la mano ad entrambi, ringraziandoli per il lavoro ben fatto. Il ragazzo rispose con un sorriso enigmatico, come se non avesse compreso il gesto. Mentre si congedavano, pensai di nuovo alla lontananza, e a quanti esseri umani, per trovare di che vivere, siano costretti ad andare ben più lontano di quanto non avessi dovuto fare io, magari scontrandosi con una lingua difficile da imparare e una cultura profondamente differente dalla propria. Non feci paragoni con me stesso, stavolta, perché io avevo avuto il privilegio di scegliere, mentre Huseyin e Kemal probabilmente no.

Comunque, quella piccola avventura era proprio finita. Ora potevo godermi il resto del pomeriggio e dedicare un po’ di tempo a me stesso. “Magari – pensai – potrei farmi anch’io un giro in bici…”.

~o~

Una settimana dopo presi appuntamento con degli amici. Erano diversi giorni che non mi concedevo un’uscita serale in compagnia e il frigo era vuoto.

Il bello dell’essere single era anche quello: decidere della propria vita momento per momento, senza dover rendere conto a nessuno. Per lo meno nelle piccole cose di ogni giorno. All’epoca dell’assunzione, quando avevo da poco lasciato la famiglia e la mia città natale, fu quella una scoperta quasi sconvolgente. Una sera come tante, tornando dall’ufficio con gli occhi gonfi per l’intenso lavoro al computer, mi dissi a voce alta: «Quasi quasi stasera vado fuori a mangiarmi una pizza, così non cucino…». Poi tra me e me, “Ora chiamo casa e…”, ma non terminai il pensiero che mi sentii invadere da un ingenuo stupore. Chiamare casa? Per dire cosa, a chi? Che non tornavo a cena? Chi mai dovevo avvertire, se non me stesso? Il frigo era ben chiuso, i fornelli non si sarebbero accesi da soli, la tavola sarebbe rimasta sparecchiata. Il potere di decidere come, dove e cosa mangiare era completamente nelle mie mani. Così, quella sera cenai in pizzeria e nessuno, tranne un cameriere e una cassiera bruna, lo seppe mai. Restò il mio segreto, il sigillo della mia nuova indipendenza.

Ad ogni modo, una settimana dopo il famoso buco nel muro, volevo appunto farmi una pizza con gli amici. La primavera era piuttosto tiepida, così decisi di non prendere l’auto. Chiusi casa a doppia mandata e scesi nel sotterraneo. Erano le sette di sera e l’autocarro dei muratori era ancora lì, cavalcioni della rampa d’accesso, il cancello automatico spalancato, le auto parcheggiate nel sottosuolo alla mercé di chiunque. In preda a una strana inquietudine, affrettai il passo, girai l’angolo e finalmente mi trovai di fronte al mio spazio riservato. Ebbene, la porzione di pavimento grigio, delimitata da strisce gialle, era perfettamente sgombra: tra le quattro colonne di cemento la mia bicicletta non c’era più.

Restai basito. Tentai di farmi venire in mente qualcosa, tipo che l’avevo lasciata da un’altra parte, ma c’era poco da fantasticare: vivevo in un monolocale, senza cantina né box. Non c’era spazio sul pianerottolo, non c’erano rastrelliere condominiali, solo uno stupido rettangolo di pavimento del garage comune. Restai lì davanti a gironzolare per almeno cinque minuti, senza sapere bene da che parte girarmi, cercando di farmi passare un improvviso mal di pancia. Dopo di che, non potei far altro che risalire all’esterno.

Mentre cercavo il numero di qualche amico da avvertire, stranamente la mia preoccupazione maggiore era se in un simile frangente fosse più consono usare un tono sarcastico oppure arrabbiato. E intanto maledivo la mia ingenuità, quella fiducia incondizionata nel prossimo che mi affliggeva sin da bambino. Maledivo la mia pigrizia nel non mettere mai il catenaccio alla bici quando la lasciavo nel sotterraneo. Maledivo quel camioncino perennemente parcheggiato sulla rampa che impediva a quel maledetto cancello automatico di chiudersi. Maledivo Disneyland e le piscine del vicino, il foro di areazione e l’ingegner Cirillo che lo aveva tralasciato durante la costruzione. Maledivo l’inconsapevole padrona di casa, la polizia che non arrestava i delinquenti, gli impiegati del Comune, il Governo ladro, il T.A.R. del Lazio, e poi di nuovo me stesso mille altre volte. Stranamente non maledivo quel ragazzo, come se la colpa fosse tutta dei buoni e degli onesti, che con la propria ‘indifferenza’ portano coloro, che l’onestà non possono permettersela, ad arraffare la loro parte di benessere appena se ne presenta l’occasione. “L’occasione fa l’uomo ladro”, dice il vecchio adagio.

Quale che fosse il destinatario, nessuna di quelle maledizioni avrebbe cambiato lo stato delle cose, e cioè che la mia amata mountain bike ventuno marce, color verde perlato, con le salamandre stilizzate, era sparita, e probabilmente non l’avrei rivista mai più.

~o~

Molte settimane dopo, stavo camminando a passo svelto lungo il marciapiede, all’ombra dei corbezzoli e delle betulle che adornavano il vialone. L’estate volgeva al termine e l’aria era fresca e limpida, come fosse primavera. Indossavo ancora la camicia a maniche corte color aragosta che avevo preso al centro commerciale il mese prima. “Non mi rende giustizia – pensavo -, è troppo larga”. In realtà era il colore a non donarmi per nulla, ma i toni di arancio, in tutte le sfumature, mi piacevano troppo per ammetterlo. Sull’asfalto sfrecciava il traffico tenue del sabato pomeriggio. Le auto rallentavano per evitare una vettura accostata di lato, poi riprendevano nervosamente l’andatura sostenuta fino allo stop successivo.

Passai anch’io accanto alla macchina ferma e notai che la signora al volante aveva appena chiuso una conversazione al cellulare. Lei si voltò, cosicché i nostri sguardi s’incrociarono per un istante. Tanto bastò alla donna per scendere rapidamente dall’auto e raggiungermi sul marciapiede.

«Mi scusi! Mi scusi! Mi scusi! – gridava la signora, una donna di mezza età, mentre circumnavigava goffamente l’utilitaria -, la macchina si è fermata e il motore non vuol ripartire… forse ho finito la benzina, accidenti a me…». Io la scrutai perplesso. Non avevo mai condiviso gli stereotipi sulle donne alla guida, ma in quel momento avevo quasi voglia di ricredermi. «La prego – proseguì -, potrebbe aiutarmi a spostare l’auto dalla strada finché non arriva mio figlio?».

Non potendo esimermi dall’aiutare la signora, mi arrestai e cercai di tranquillizzarla. Notai che poco più avanti, sul viale, incideva una stradina, la quale, a sua volta, terminava su uno spiazzo antistante un bar con tavolini all’aperto. Lo spiazzo mi parve sufficientemente largo per lasciare l’auto in sosta senza dare fastidio. Da solo, però, non ce l’avrei fatta… Mi guardai attorno: c’erano tre o quattro avventori seduti al bar, tutti in età pensionabile, poi mamme con passeggini, un vagabondo piuttosto malconcio, un gatto randagio. «Ragazzi, ragazzi! Scusate…», gridava di nuovo la signora, mentre, poco più in là, intercettava due ragazzi sui vent’anni a passeggio per i fatti loro. Uno dei due si staccò. Senza dire una parola, con fare baldanzoso, si diresse dietro l’auto e appoggiò le mani sul portabagagli.

Avvicinandomi io pure, dissi alla donna di salire al posto di guida e di condurre il mezzo fin davanti al bar, mentre insieme con l’altro provvedevamo a dare la spinta. Quando finalmente affiancai il ragazzo, trasalii. Era Kemal.

Riuscii a non tradire il mio stupore, ma lo guardai dritto negli occhi, cercando invano di convincermi che non fosse davvero lui. Lui mi rivolse un sorriso enigmatico, ed io non capii se fosse un semplice cenno d’intesa per iniziare a spingere, oppure quel modo un po’ spavaldo che hanno i criminali del cinema nel reagire quando, dopo una lunga latitanza, il poliziotto caparbio li dichiara finalmente in arresto.

Quell’incrocio di sguardi sembrò durare un’eternità, eppure era trascorso poco più di un istante quando iniziammo a spingere l’auto con tutte le nostre forze. Il veicolo si mosse e lo sforzo si fece più leggero via via che l’inerzia era vinta. Per non pensare a chi avevo di fianco, mi concentrai sul rumore delle ruote sull’asfalto, e considerai che i sassolini facevano uno scoppiettìo simile alle briciole sotto le suole delle scarpe, come nel monolocale dopo un po’ che non pulivo il pavimento. L’utilitaria sterzò per imboccare la stradina laterale, perdendo così l’abbrivio, e noi riprendemmo a spingere finché fu parcheggiata nello spiazzo di fronte al bar. Strofinai le mani sui jeans e guardai nuovamente Kemal, che però guardava il suo amico rimasto in disparte.

La donna, tirato il freno a mano, ridiscese dall’auto tutta felice, e non la finiva più di ringraziarci. Io balbettai un «fa niente», e poi un «dovere, signora», e qualche altra frase di circostanza. Il giovane turco, invece, non proferiva parola. Semplicemente allargava un po’ di più quel suo sorriso enigmatico, forse imbarazzato dalla situazione insolita, forse perché non conosceva la lingua abbastanza da improvvisare anche lui qualche complimento.

«Lasciate almeno che vi offra qualcosa da bere! – insisté la donna – Sedetevi qui al bar, offro io!». Con gentile risolutezza ci fece accomodare e ci pregò di ordinare una cedrata, un caffè, un chinotto, ciò che più ci aggradava. Io e Kemal ci guardammo di nuovo interdetti, quindi io presi l’iniziativa e chiesi un’acqua tonica. Fu la prima cosa dissetante che mi venne in mente. Non che avessi sete, del resto: prima di incontrare la signora in panne avevo ben altri pensieri in testa, ma a quel punto non potevo sottrarmi, e nemmeno io sapevo più se fosse per cortesia o per curiosità che avevo accettato di sedere al tavolo col presunto ladro della mia amata bicicletta. Kemal domandò una Coca-Cola, mentre l’amico, sedutosi di fronte, non prese nulla, forse perché non aveva preso parte alle operazioni di “salvataggio”. La signora diede disposizioni al cameriere, assicurando che avrebbe provveduto lei a pagare il conto, quindi si allontanò di nuovo col telefono in mano per richiamare chissà chi.

Noi tre restammo da soli, seduti al tavolino. Poco dopo, quando arrivarono le bibite, Kemal lasciò la sua Coca sul tavolo, come se non avesse alcuna fretta, e – senza smettere di sorridere – scambiò con l’amico qualche parola in una lingua incomprensibile. Sentendomi isolato, non mi restò che sorseggiare la mia acqua tonica. La trovai fredda, con un gusto ‘fuori stagione’, ma aveva il pregio di tenermi impegnate entrambe le mani mentre ascoltavo, senza capirli, i discorsi dei due giovani turchi. Succhiai il liquido trasparente un poco alla volta dalla cannuccia, lasciando che si scaldasse in bocca e depositasse l’amaro tra la lingua e il palato, per poi inghiottirlo ormai privato di ogni sapore.

Nel frattempo non potevo staccare gli occhi dal bicchiere di Kemal, pensando a cosa dire o fare per sbloccare la situazione. Nella mia mente si formavano frasi a effetto, come “Dunque tu sei Kemal…”, oppure “Sbaglio o ci conosciamo?”, o semplicemente “Ti ricordi di me?”. E poi la domanda decisiva avrebbe dato il via a una conversazione interessante: “Sai qualcosa della mia bicicletta?”. Allora lui avrebbe prima fatto finta di nulla, poi negato, poi abbozzato qualche scusa giocandosi il tutto per tutto con quel suo sorriso enigmatico. Meglio ancora, stupito dalla mia calma distaccata – dovuta al fatto che della bici m’importava assai meno che del torto subito –, avrebbe coraggiosamente confessato il delitto, quindi si sarebbe scusato e si sarebbe offerto di restituirla. E allora io, magnanimamente, gli avrei detto di tenerla, che non la rivolevo indietro, per poi raccomandarmi con lui di non rubare più, e a quel punto gli avrei chiesto della sua vita, della sua famiglia, dei suoi problemi. E magari lo avrei aiutato. E magari avrei guadagnato un amico fedele e riconoscente. E magari.

Accadeva sempre così. Di fronte alla possibilità di un conflitto, a seguito di uno sgarbo o di un’ingiustizia subita, io reagivo interiorizzando. La mia razionalità incanalava il furore e ogni altra emozione negativa verso l’immaginazione, che a sua volta fantasticava sulle conseguenze di questa o di quella parola, di questa o di quell’azione, simulando tutti i possibili rapporti di causa-effetto fino a esaurire ogni strada percorribile. Nel frattempo, il momento era passato. Il conflitto era evitato. Ma l’ingiustizia restava impunita. Una ragazza, molti anni più tardi, mi avrebbe preso in giro dicendo che somigliavo a un certo Padre Ralph di “Uccelli di Rovo”, ed io, pur non avendo mai guardato quella telenovela, avrei ugualmente apprezzato la sua ironia, al punto di decidere di sposarla.

Un gorgoglìo rauco di ghiaccio, limone e anidride carbonica mi riportò improvvisamente alla realtà. Ed ecco, mi fu chiaro che non c’era assolutamente nulla da dire o da fare. Quel giovane seduto accanto a me poteva essere il ladro della mia bicicletta, oppure no. Magari Kemal era solo la spia, il suggeritore, mentre l’esecutore era proprio quel suo amico misterioso. Oppure, semplicemente, nessuno dei due aveva a che fare col furto. Forse la mia mountain bike verde perlato, con le salamandre e tutto il resto, non era neppure mai esistita.

Alzandomi dalla sedia salutai i due ragazzi, i quali risposero con un cenno poco meno che indifferente. Quanto a Kemal, il mio commiato lo colse intento a succhiare la sua Coca, con la cannuccia ancora in bocca a impedirgli di pronunciare un ‘ciao’ anche solo biascicato. La cosa diede alla scena il sapore degli addii malinconici che si vedono nei film in bianco e nero. Salutai la signora, di nuovo al telefono, e, senza attendere risposta, ripresi il mio tragitto lungo il marciapiede, all’ombra di corbezzoli e betulle.

Mentre mi allontanavo senza voltarmi, realizzai che per tutto il tempo io e Kemal non avevamo scambiato neppure una parola. Pensai a come poteva essere vivere in Turchia. Pensai alla famiglia che avevo lasciato, alla mia casa natale, così lontana eppure ancora così vicina. Pensai che la vita è come una linea tracciata su un piano. Alcune vite sono curve con mille arzigogoli che s’intrecciano tra loro più o meno strettamente, alternando momenti di condivisione ad altri di solitudine. Altre vite, invece, corrono parallele fra loro, consentendo a certi esseri umani di ignorarsi a vicenda e di nascere e morire senza mai incontrarsi. Ci sono vite, infine, che sono rette tracciate in differenti direzioni, e come tali s’incrociano una sola volta, in un punto ben definito della storia, per poi allontanarsi di nuovo e per sempre, ciascuna verso il proprio destino.

Mi consolai, sapendo che il buco nel muro aveva funzionato: la muffa era completamente sparita. Un lavoro ben fatto, dicevo tra me e me. Proprio un lavoro ben fatto.


© 2014, Claudio Di Filippo. Tutti i diritti sono riservati. Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore. È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata. Per info e contatti: https://claudiodifilippo.wordpress.com/
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