Umberto Eco: corto circuito sui social media

Ringrazio Giovanna Cosenza per avermi dato l’ispirazione. Ovviamente, il presente post esprime la mia idea personale. Se volete conoscere anche il suo punto di vista, trovate il suo articolo al seguente link:
https://giovannacosenza.wordpress.com/2015/06/12/umberto-eco-su-internet-apocalittico-integrato-o-nessuno-dei-due/.

UECOQualche giorno fa, i titoli di giornali hanno riportato a grandi lettere alcune parole pronunciate da Umberto Eco durante un incontro con i giornalisti in occasione del conferimento della Laurea Honoris Causa in “Comunicazione e Culture dei Media” dell’Università degli Studi di Torino. La tesi che pareva emergere era, sostanzialmente, che i Social Network “hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli”. A questa frase i giornali accostarono, del tutto preventivamente, un moto di indignazione generale, usando la formula ormai classica dell’era digitale: “la Rete insorge!”. E così in molti, immedesimati in quella Rete con “R” maiuscola, sentendosi tacciati di essere pecoroni senza cervello, sono legittimamente insorti contro il retrogrado professore, lanciando attraverso twitter, facebook e wordpress le loro invettive verso i parrucconi rimasti all’età della pietra. Il che mi fa anche pensare a qualche discontinuità nel rapporto di causa-effetto (la rete legge che “la rete insorge” e quindi insorge?), ma tant’è…

Dal mio canto, stupito nel leggere una simile uscita da parte di un personaggio che ho sempre stimato grande esperto di comunicazione, ho letto qualche articolo e un paio di blog. Mi sono infine preso una dozzina di minuti per guardarmi il video integrale dell’incontro con i giornalisti. Così facendo, mi sono reso conto di due cose. La prima è che non avevo mai sentito Eco dal vivo – e non è un gioco di parole! –. La seconda, com’era prevedibile, è che quelle poche parole estrapolate dal contesto hanno assunto un significato che nulla ha a che vedere con le argomentazioni di Eco.

Per usare le stesse parole di Giovanna Cosenza, che ha ispirato questo post e che conosce la tematica molto meglio di me, non starò qui a fargli una difesa d’ufficio. Semplicemente invito – chi fosse onestamente interessato – ad ascoltare il discorso di Umberto Eco nella sua interezza, perché potrebbe apprendere qualche utile lezione su un utilizzo consapevole di Internet, dei Social Media, persino dei giornali di carta (video integrale su Youtube). Io per primo sento il bisogno di rivedere il mio modo di leggere e commentare le notizie, i fatti, i link copia-incollati e condivisi migliaia di volte su Facebook, imparando a perdere qualche secondo in più per controllare la fonte, a fare una rapida indagine – basta una ricerca su Google – e incrociare le informazioni tra siti web differenti. Se tutti facessimo così, quante bufale in meno nelle nostre caselle email e nelle nostre bacheche di Facebook! Quanti “non so se è vero ma non si sa mai” ci risparmieremmo di leggere…

È solo un sogno, lo so. In verità si continuerà a fare come si è sempre fatto: condividere, rilanciare, copia-incollare tutto quello che ci solletica i bassi istinti e scatena una facile indignazione. Ma può darsi che col tempo impariamo – almeno questo – ad esporci meno con commenti e giudizi affrettati. Perché è proprio da questo che Eco ci mette in guardia: dalla superficialità e dalla fretta, che sono il rovescio della medaglia di tutta questa potenza comunicativa. Superficialità e fretta che, prima o poi, portano l’individuo all’incapacità di distinguere, con equilibrio e giudizio, ciò che è vero da ciò che è parzialmente vero, ciò che è parzialmente vero da ciò che è palesemente falso, fino a renderlo inconsapevole (ma colpevole) veicolo di “disinformazione”.

Del resto, è innegabile, la facilità di accesso a Internet ci ha reso molto più “informati”, ma anche pigri: chi di noi, non ha mai consultato l’app per il meteo per decidere se indossare o meno il maglione pesante senza doversi alzare dal letto e aprire le finestre? Chi di noi ha più bisogno di telefonare al cinema per sapere titoli e orari delle proiezioni? Del resto, se i giornali “di carta” sono in crisi, è proprio perché le persone dispongono di meno tempo per leggere e, contemporaneamente, di più fonti di informazione alternative e sintetiche (in tutti i sensi). È una rivoluzione di costume simile a quella portata dalla diffusione su larga scala dell’automobile, che ha fatto sì che non andiamo a piedi in nessun posto che sia più distante di un chilometro.

Spesso mi accorgo di guardare la realtà attraverso le homepage, i blog, i tweet, i post, perciò quello di non accontentarsi dev’essere uno sforzo quotidiano. I giornali li leggo praticamente solo online, comunque più di una volta al giorno, ma ho preso l’abitudine di alternare: Corriere.it, Repubblica.it, LaStampa.it, Ansa.it, Cittanuova.it, Sussidiario.net, solo per citare alcuni che tengo tra i preferiti (ma non in ordine di preferenza!). Non disdegno i suggerimenti che arrivano via Facebook, tramite condivisione, ma non clicco “Mi piace” finché non ho letto tutto, e non lo faccio se non ho trovato l’articolo utile, affidabile, o realmente interessante. Se un particolare argomento mi colpisce, mi scandalizza, mi chiama in causa, cerco di ampliare ancora di più le fonti. Se infine sento il bisogno di dire la mia, beh allora utilizzo volentieri i social network. Nel farlo, mi piace sempre motivare la condivisione, introdurre l’argomento, commentare col mio pensiero, perché so bene che il mio post sarà solo uno dei migliaia che quotidianamente scorrono nella bacheca dei miei amici, e non basta solo diffondere l’informazione che si ritiene di qualità: occorre anche renderla interessante, in un certo senso sponsorizzarla. E per quanto io abbia approfondito, a meno di non aver conoscenza diretta dell’argomento o del fatto, trovo giusto conservare sempre il beneficio del dubbio. Perché attraverso ciò che scrivo trasmetto non solo la mia idea, ma il modo in cui la mia idea si forma e le basi sulle quali si è formata. Se le basi sono “false”, la mia idea è falsa. Se il modo è superficiale, la mia idea è superficiale. Se ciò che scrivo non è credibile, io non sono credibile.

D’accordo, non siamo giornalisti: i giornalisti sono altri, scrivere della realtà è il loro mestiere e io devo fidarmi di loro! Se dicono il falso o inventano, se ne assumeranno la responsabilità… Eppure, quando faccio un preventivo per un’assicurazione o per un’automobile non mi rivolgo ad un professionista solo. Quando faccio la spesa al supermercato, confronto il rapporto qualità/prezzo con quello offerto da altri supermercati. Lo faccio – si dirà – perché la questione tocca il mio portafoglio. Ma ognuno di noi, anche se non ci pensiamo mai, deve amministrare anche un portafoglio di credibilità e fiducia. Credibilità da spendere presso gli altri (sul lavoro, nei rapporti sociali, con gli affetti) e fiducia da riporre negli altri. E questi due valori si provano con la verità delle parole e delle azioni. Dunque è semplice: basta tenere a mente che la verità è una moneta di scambio preziosa almeno quanto quella di carta. Nessuno ha la verità in tasca. Ma un portafoglio di credibilità e fiducia, quello sì.

Siamo dunque responsabili dell’uso di Internet e dei Social Media, così come di tutti i mezzi di informazione e comunicazione, che si tratti di un uso “attivo” (ad esempio scrivendo su un blog) o “passivo” (ad esempio con una ricerca su Google). Dove manca la professionalità, pure invocata da Eco, possiamo sopperire con il buon senso. E il buon senso – “che già fu caposcuola”, come diceva mia nonna, citando Giuseppe Giusti – va esercitato mettendo e mettendosi in discussione, sforzandosi ogni giorno di cercare, ascoltare e confrontare punti di vista diversi. Che magari forniscano la stessa visione, ma comunque da punti diversi.

Concludo citando la parte del discorso di Umberto Eco che precedeva la frase incriminata, e che nessuno ha riportato nei titoli:

«Il fenomeno Twitter, che permette in fondo di essere a contatto con gli altri, [benché] escluda la gente da tanti contatti faccia a faccia, crea però, da un lato, un fenomeno anche positivo, pensiamo a cose che succedono in Cina o Erdogan, in Turchia è stato anche un movimento di opinioni… qualcuno ha detto, se ci fosse stato Internet ai tempi di Hitler, i campi di sterminio non sarebbero stati possibili perché la notizia si sarebbe diffusa viralmente. Ma, d’altro canto, fa sì che dà diritto di parola a legioni di imbecilli, i quali prima parlavano solo al bar dopo due bicchieri di rosso e quindi non danneggiavano la società.»

Segue il video integrale:

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