La recensione: “Morte di un commesso viaggiatore”, di Arthur Miller

“Morte di un commesso viaggiatore”, di Arthur Miller – Produzione Teatro dell’Elfo, regia di Elio De Capitani
(replica dell’11/04/2015 al Teatro Rossini di Lugo)

«Per una volta vorrei possedere qualcosa interamente prima che si rompa. Faccio sempre a gara con lo sfasciacarrozze, finisco di pagare l’auto ed è già agli ultimi colpi! Il frigorifero consuma le cinghie come un dannato maniaco! Queste cose le programmano! Quando hai finito di pagarle, sono già consumate!»

Willy Loman (“Morte Di Un Commesso Viaggiatore”)

Se vuoi scrivere, leggi! Se vuoi recitare, vai a teatro! Sono due cose che mi ripeto sempre, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo… beh, la vita di tutti i giorni. Per fortuna, ogni tanto Trilly viene in mio soccorso e, quando non mi consiglia un buon libro, mi porta a teatro.

Di questo dramma avevo visto, giusto una settimana prima, un’interessante trasposizione cinematografica dell’85 con Dustin Hoffman e John Malkovich. In effetti mi ero fermato a metà, perché non è facile, al giorno d’oggi, trovare due ore e dieci da dedicare ad un film quasi interamente parlato, girato con scenografie di stampo teatrale e per di più guardandolo di notte dallo schermo da 10″ di un mini portatile. Ad ogni modo, per una pura coincidenza, nello stesso periodo il medesimo dramma andava in scena a Lugo, a due passi da casa mia.

E così, un sabato sera di aprile, Trilly ed io siamo corsi al Teatro Rossini di Lugo per assistere alla messa in scena di “Morte di un commesso viaggiatore”, di Arthur Miller. La produzione è del Teatro dell’Elfo, la regia e il ruolo di protagonista sono di Elio De Capitani. A Trilly avevo detto: «Speriamo non duri troppo!», e lei «Perché?», al che io rispondo «Beh, la storia è un po’ pesante e il film dura due ore e dieci, a teatro potrebbe durare anche di più…». Non l’avessi mai detto! Subito dopo aver pagato, la gentilissima cassiera ci rivelava che «… lo spettacolo dura tre ore e un quarto, con una pausa di quindici minuti… buon divertimento!». Superato lo shock iniziale, ci siamo inerpicati su per le gallerie fino al terzo ordine di posti, non senza aver prima fatto provvista di tavolette di cioccolata. Ne siamo usciti solo alcune ore dopo, concordi nel dire che ne è valsa la pena!

Willy Loman e il sogno americano

La storia di Willy Loman è esemplare, non mi stupisce che De Capitani l’abbia portata in scena in questo momento storico. La vicenda racconta di un commesso viaggiatore – oggi diremmo “rappresentante” -, presumibilmente nel ramo dell’abbigliamento o della biancheria, e del suo declino, lento e inesorabile, come uomo, come padre e come professionista. All’epoca, l’opera di Miller fu accolta come una critica durissima al sogno americano, quel mito fatto di benessere, successo e una villetta con giardino che doveva essere alla portata di tutti, e che invece finì per rivelarsi un’autentica illusione.

Oggi, duole ammetterlo, i sogni di Willy Loman non sono diversi da quelli di tutti noi, euro-americani distaccati al di qua dell’oceano. Nostra è anche la sua disillusione, acuita da una crisi dalla quale non sappiamo più come uscire. Willy ha dedicato una vita intera al suo lavoro, percorrendo migliaia di chilometri con la propria Chevrolet per portare il nome della sua azienda ovunque nel suo Stato. Eppure, ormai sessantatreenne e con una sola rata di mutuo ancora da pagare, si ritrova messo alla porta da un dirigente con la metà dei suoi anni. Non ci sarebbe molto altro da dire perché, alla fine dei conti, Willy Loman è solo un fallito come ce ne sono tanti. Ciò che fa davvero male – e che dunque rende ‘necessaria’ quest’opera – è rivedere nella sua vicenda infinite storie del nostro presente. Può trattarsi di un familiare, di un conoscente, di un caro amico, persino di noi stessi. La colpa di Willy Loman? Probabilmente ingenuità, condita da un pizzico di sana presunzione. Ma è difficile giudicare quest’uomo: chi di noi, infatti, non ha incontrato almeno una volta nella vita una persona che gli è apparsa perfettamente realizzata, magari grazie ad una sola idea giusta o a un viaggio rivelatore? E chi di noi, almeno per un giorno, non è rimasto affascinato da una tale apparizione, fantasticando sulla possibilità di lasciare tutto e intraprendere la stessa strada in cerca della stessa fortuna? È andata così per Willy, grazie all’incontro folgorante con un ottantenne a fine carriera: con le ciabatte ai piedi e poche telefonate dalla sua camera d’albergo, quel vecchio si guadagnava di che vivere, insieme al rispetto delle centinaia di clienti e colleghi accorsi da mezza America per il suo funerale. Facendo di quella ‘visione’ una reliquia, Willy intraprende la professione del rappresentante e inizia a costruire il suo piccolo altare all’idolo del successo. Su quell’altare, con fede incrollabile e quotidiana dedizione, sacrifica sé stesso e l’intera famiglia, coltivando i figli nell’idea che in America “un ragazzo possa finire ricoperto di diamanti anche solo grazie alla sua popolarità, al suo sorriso”. Purtroppo, il suo altare si rivelerà di cartapesta e il suo idolo falso, ingrato, persino traditore.

Due figli innamorati del padre

Se nel protagonista si rivedranno molti dei nostri contemporanei in età matura, nei suoi figli non potranno non riconoscersi molti miei coetanei. Biff, il ribelle, e Happy, il donnaiolo: così diversi tra loro, eppure entrambi – ciascuno a suo modo – innamorati pazzi del padre. È soprattutto attraverso i loro occhi che si rivelerà per intero il suo fallimento.

Biff, per il quale Willy stravede in modo addirittura morboso, cresce nel mito delle proprie infinite potenzialità, ma alla prova della vita si rivela un inetto senza arte né parte, incapace di tenersi un lavoro, allergico a qualunque gerarchia di comando, persino con tendenze cleptomani. Finirà per crollare definitivamente sotto il peso opprimente delle aspettative paterne, dopo aver passato i suoi anni migliori a fuggire alla ricerca di sé stesso, solo per scoprire che quel sé stesso, di fatto, non è mai esistito. Paradossalmente, riconoscere e rivendicare la propria “inconsistenza”, sbattendola in faccia a suo padre, sarà il primo vero gesto di autodeterminazione della sua vita, e la fine – purtroppo tardiva – della sua adolescenza.

Happy, invece, è cresciuto all’ombra di Biff. Praticamente ignorato dal padre e confinato nel ruolo di gregario, da ragazzo la sua massima aspirazione è di portare il casco da football di suo fratello quarterback. Al contrario di quest’ultimo, rimarrà a vivere dai suoi genitori e riuscirà in qualche modo a guadagnarsi una posizione, un posto fisso proprio nel commercio. Un giorno, col pensionamento del suo caporeparto, potrebbe persino ereditare un posto di responsabilità. Eppure niente di tutto questo gli vale le attenzioni del genitore, che preferisce continuare a costruire pesanti castelli sulle fragili spalle di Biff, piuttosto che apprezzare l’umile concretezza di Happy. «Io mi sposo, volevo farvelo sapere», dichiara il giovane a margine di una feroce discussione tra Biff e suo padre. La notizia cade nell’indifferenza generale, quasi senza far rumore, come fosse un foglio di giornale accartocciato. Ma per Happy quel silenzio-assenso è più che sufficiente, essendo l’unica forma di approvazione paterna cui potrà mai aspirare.

Presente e passato sullo stesso palco

La vicenda è articolata e il racconto denso di avvenimenti. Episodi reali si alternano a visioni oniriche del protagonista, continui flashback svelano, un tratto alla volta, il filo che lega le vite dei personaggi, sotto lo sguardo sorpreso degli spettatori. Di volta in volta, i fantasmi del passato di Willy Loman si materializzano accanto ai personaggi della storia, rendendo il confine tra realtà e sogno improvvisamente confuso. È un’innovazione introdotta dallo stesso Miller, nel tentativo dichiarato di raccontare presente e passato di una storia nello stesso momento. Innovazione che De Capitani e la sua compagnia rendono in modo decisamente efficace sulla scena.

Più di qualche parola, infine, merita il personaggio di Linda, moglie del protagonista e madre dei due ragazzi. Linda è una donna come tante, straordinaria nella sua umanità, estremamente pratica, eppure semplice e candida nel suo sostegno incondizionato al marito. Ogni mattina, rendiconta entrate e uscite mensili a suo marito, in modo pacato, ma meticoloso e puntuale. I suoi sogni di gloria non la riguardano, anche se per amore li fa propri. Per lei Willy Loman è anzitutto un uomo, prima ancora che il ‘suo’ uomo, e su questo basa l’unica pretesa verso i figli: che continuino a rispettarlo e ad onorarlo come si conviene a qualsiasi onesto lavoratore e padre di famiglia, nonostante il suo scadere nel ridicolo, i suoi monologhi insensati, l’animo indebolito e frustrato al punto di scegliere, dopo una vita di ostentato ottimismo, la vigliaccheria del suicidio. Linda è una donna fatta di desideri piccoli, all’apparenza sciocca e insipida, che accetta qualunque umiliazione pur di preservare il precario equilibrio dei rapporti familiari. Come solo una donna sa fare, ogni giorno si ingegna, con fantasia e generosità inesauribili, nel tentativo di veder scintillare ancora la speranza negli occhi di suo marito e ritardare il più possibile il tragico epilogo.

In tournée fino al 10 maggio

Se vuoi scrivere, leggi! Se vuoi recitare, vai a teatro! Sono le due cose che mi ripeto sempre, e questo spettacolo lo conferma, per l’ottima recitazione – solo la madre non mi ha convinto – e per la profondità del testo. Ve lo consiglio caldamente, se ne avete la possibilità. Con due avvertenze.

La prima riguarda due brevissime scene di nudo – una piuttosto esplicita – che a mio avviso si potevano evitare. Durano pochi istanti, ma potrebbero ugualmente disturbare i più sensibili.

La seconda è che la storia di Willy Loman non vi lascerà indifferenti. Non uscirete dal teatro così come ci siete entrati e, una volta tornati a casa, potreste ritrovarvi a riflettere seriamente sulla vostra vita e sulle scelte che avreste potuto, o voluto fare. Ma non preoccupatevi, è un esercizio che fa sempre bene. Piuttosto, mi preoccuperei del contrario…

La compagnia è in tournée fino al 10 maggio. Per info e date:
http://www.elfo.org/stagioni/20142015/tournee/mortediuncommessoviaggiatore.html

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Brontolii, Recitare e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a La recensione: “Morte di un commesso viaggiatore”, di Arthur Miller

  1. d. ha detto:

    Un testo che adoro di uno dei miei autori preferiti! Bravo Personaggio! 🙂

Lascia il tuo Commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...