Dei moderni mezzi di comunicazione

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L’Italia è un paese all’avanguardia.

No davvero, non è una battuta! L’Italia è un paese all’avanguardia!

Abbiamo treni ad Alta Velocità, astronauti donna e la mozzarella di bufala. Non solo: costruiamo automobili estreme, come la famosa Ferrari Testarossa e la Panda 4×4, abbiamo inventato la radio e il conflitto di interessi, ospiteremo l’Esposizione Universale del 2016 (anche se sui volantini c’è scritto 2015, ma è un refuso) e sullo Stretto di Messina abbiamo realizzato il ponte invisibile più lungo del mondo. Arte di arrangiarsi e genio italiota, un mix straordinario di talento, passione e paraponziponzipo’ che fa dire a tutto il mondo “Italians do it better”. Ma non basta: primi in Europa, e forse unici al mondo, in Italia abbiamo anche la Posta Elettronica Certificata!

La Posta Elettronica Certificata, o più semplicemente “PEC”, è un’innovazione tecnologica assoluta. Essa consente di sostituire a tutti gli effetti le raccomandate cartacee, offrendo le medesime garanzie di validità legale, ma con tutti i vantaggi della comunicazione digitale! Pensate un po’: prima si poteva mandare una Raccomandata con Avviso di Ritorno, il destinatario riceveva la busta, firmava l’avviso e l’avviso ritornava (seppure in tempi biblici) al mittente, attestando senza ombra di dubbio che la comunicazione era stata regolarmente recapitata a tutti gli effetti di legge. Bello, no? In realtà, al di là della mera spedizione e ricezione, mi sono sempre chiesto come facesse il mittente a dimostrare che nella busta ci fosse effettivamente ciò che affermava di aver spedito, e non la lista della spesa o due fogli di giornale spiegazzati… Insomma, anche la Raccomandata A.R., per quanto legalmente riconosciuta, non poteva garantire la natura delle informazioni in essa contenute.

Ora tutto ciò è superato, letteralmente alla velocità della luce. La normativa più recente, infatti, ha imposto alla pubblica amministrazione prima, ai professionisti poi, ed ora anche alle aziende, di dotarsi di una casella PEC: per i pochi retrogradi che non l’avessero ancora mai usata, una PEC è del tutto simile ad un’email, con la differenza che essa transita attraverso particolari server, i quali ne certificano l’origine, il percorso e la destinazione, restituendo al mittente una ricevuta elettronica di consegna e accettazione. Il tutto, come già detto, a velocità ‘elettronica’, oltre al fatto che l’eventuale allegato, per esempio la scansione di una lettera o addirittura un file firmato digitalmente, è contenuto anche nella ricevuta e quindi certificato a sua volta. Tutto decisamente più rapido, efficace e soprattutto economico! Ovviamente, questa meraviglia richiede un’infrastruttura tecnologicamente avanzata e competenze specifiche. Cioè costi. Costi per la pubblica amministrazione, per i professionisti e per le aziende, obbligati per legge a pagare i servizi PEC alle società private che li offrono sul mercato. Voi direte, “finalmente una legge che crea opportunità di mercato!” Ok, a spese dei contribuenti, ma pazienza. In regime di oligopolio, ma pazienza, con tariffe elevate, ma pazienza, più che altro con spazi di archiviazione ridicoli, tanto che i soggetti che oggi vogliono – anzi devono! – dotarsi di PEC, sono presto costretti ad acquistare spazio aggiuntivo, pur di riuscire a conservare tutta questa massa di informazioni digitali con valore legale via via accumulata. Sì, perché una PEC non è che puoi semplicemente stamparla e metterla in un cassetto… così non vale! In senso stretto.

Ma l’Italia non è solo un paese all’avanguardia. L’Italia è un paese che, quando c’è un’innovazione, ci tiene che essa diventi subito alla portata dei propri cittadini. Un po’ come il Digitale Terrestre introdotto da Berlusconi, che per coincidenza i decoder ce li vendeva il fratello di Berlusconi. E così anche la PEC diventa ben presto un “diritto” del cittadino italiota, operoso e fedele alla Repubblica. A tal proposito, ricordo che qualche anno fa ci fu una grande campagna di sensibilizzazione: il cittadino aveva diritto ad una PEC gratuita per poter comunicare con le Pubbliche Amministrazioni in modo rapido, efficace e soprattutto economico! Il servizio era offerto da Poste Italiane, quindi a spese dei contribuenti. Ma allora io vi dico, eccheccavolo, spendiamole ‘ste benedette due lire!!! Ricordo che bastava andare su un sito web appositamente predisposto, seguire una breve procedura ed ottenere in poco tempo nome utente e password di accesso alla propria casella PEC personale ed inviolabile!

Inutile dire che il sottoscritto, un po’ nerd, un po’ cittadino modello, fu uno dei primi ad attivare questo fantastico servizio. Era il settembre del 2010. Ricordo anche che, una volta entrato in possesso delle credenziali di accesso, non vedevo l’ora di provare questa meraviglia tecnologica. Aprii la mia casella PEC online e inviai subito la classica email di “prova” al mio indirizzo di posta personale. Nisba. Il server non consegnava la mia email. Riprovai. Nisba. Lessi bene, lessi a fondo, lessi le istruzioni: la PEC non funzionava verso gli indirizzi di posta ‘normali’, ma solo da PEC a PEC. Ovvio. Chiaro. Evidente. Non è che puoi mandare una raccomandata alla roulotte di un campeggiatore o al camion che vende abusivamente frutta e verdura lungo la Via Granarolo!

Eppure io dovevo testare questa PEC, era un dovere civico a cui non potevo sottrarmi. Non mi diedi per vinto. Riflessi… riflettetti… rifleiei… insomma, feci molte riflessioni. Feci anche uno spuntino per cena, giacché nel frattempo si era fatta sera. Pensai, poi dormii, e fu sera e fu mattina. Ma il mattino ha l’oro in bocca e dunque ecco l’idea: “Mia sorella ha una PEC che usa per lavoro!!! Scriverò a lei la mia prima PEC da cittadino digitale.” Scrissi, stavolta due righe in più. Premetti “invio”. Attesi. Nisba. Il server rispose picche. Ritentai. Ancora nisba. Lessi la risposta del server, rilessi le istruzioni, lessi pure le condizioni di utilizzo del servizio. Ecco l’arcano: la PEC del cittadino funzionava solo per comunicare con la Pubblica Amministrazione! Mica con cani e porci… E con questo, tengo a precisarlo, non voglio dire che mia sorella sia cane o porco. Desidera molto un cane, le piacciono i salumi, ma nulla di più. Era una figura retorica, e spero di non dover tornare più su questo punto.

Tornando alla mia PEC inutilizzabile, sentivo i primi accenni di delusione. A chi potevo scrivere? Contestare una multa? Nessuna multa da pagare. Chiedere un duplicato della carta d’identità? Ma quella te la fanno all’Anagrafe in due ore! Nel frattempo, curiosando sul sito, scoprivo che sarebbe stato possibile scrivere ad un numero limitato di pubbliche amministrazioni, essendo la maggior parte degli uffici non ancora attrezzata con la PEC. In elenco trovai un consorzio agrario, l’agenzia delle dogane (almeno facessi un po’ di contrabbando), qualche ufficio territoriale di uno sperduto comune di Sardegna, l’Antitrust e Dio solo sa cos’altro… in verità non ricordo davvero cosa trovai, ma che fossero inventati o reali, nessuno dei pubblici uffici in lista mi poteva tornare utile in alcun modo. Era tempo di rassegnarsi. Il mio zelo di cittadino modello aveva soverchiato la struttura organizzativa stessa dello Stato. Il mio “passo tecnologico” era stato più lungo della “gamba pubblica”. Dunque, la mia bellissima PEC del cittadino nuova fiammante non era ancora pronta a fare il suo debutto. Certamente mi sarebbe tornata utile in futuro. Doveva essere così, me lo sentivo!

Passano gli anni, i mesi, e se li conti anche i minuti – cantava De André –, la mia vita andava avanti senza di lei (la PEC), tra alti e bassi. Due cambi di lavoro, una gatta, la macchina nuova. Sotto questo cielo immenso e indifferente, ogni avvenimento portava a repentini cambi di direzione, decisioni importanti, gioie e dolori, ma dalla Posta Elettronica Certificata solo silenzi e oblio. Finché, una fredda sera del gennaio scorso, tutto cambiò…

Tempo presente. Sono appena rientrato dal lavoro. Stanco morto, la moglie stanca morta, la gatta annoiata a morte, la batteria del mio vecchio cellulare quasi morta. La cena, grazie a Dio, quasi in tavola. È un venerdì. Appoggio lo smartphone sulla credenza del soggiorno, accanto al divano, accendo il display per dare un’ultima occhiata ai messaggi prima di cena. C’è una sola notifica: un’email. La apro – ahimè, perché lo feci? – e rimango esterrefatto. Un messaggio di Poste Italiane mi informa che è arrivata una comunicazione nella mia casella PEC… Oh mio Dio, finalmente dopo quasi cinque anni la mia PEC del cittadino emette il suo primo vagito!

Mollo tutto: moglie, gatta, cena, mi fiondo in camera urlando «per la barba di mio nonno, tesoro, è arrivata una PEC! potrebbe essere importante, devo aprirla subito!», e Trilly «ma la cena è in tavola…», al che urlo «stai scherzando? e se è una multa? e se è un controllo dell’Agenzia delle Entrate? non c’è tempo da perdere! tu e Fanta cominciate a mangiare senza di me!». Fanta, per inciso, è la mia gatta, e la sera mangia solo quando Trilly e io ci mettiamo a mangiare.

Ok, il pc è acceso, io sono concentratissimo, mi collego al sito per la consultazione online, devo solo ricordarmi le credenziali… già, le credenziali. E chi le ha mai usate??? Dopo l’attivazione non l’ho mai più aperta, la PEC del cittadino, chi si ricorda dove le ho messe? Faccio un tentativo (tanto le mie password sono tutte uguali), ma non funziona. Riprovo con l’altra mia password storica, ancora niente. Eppure il nome utente è quello… ma che stupido! Certo, qui ci va la maiuscola, non la minuscola e… voilà! PICCHE! Come picche? Comincio a sudare freddo. Corro in studio, frugo tra le mie carte e riesumo – e qui mi domando: si pronuncia rièsumo o riesùmo? –, dicevo, rièsumo la documentazione dell’attivazione della casella. No, le credenziali non sono nemmeno lì. Ma certo!!! Sono nel file dove tengo tutte le mie password, rigorosamente codificate, è ovvio. Apro il file, eccola: è lì, insieme a tutte le altre, tiro un sospiro di sollievo. Ricomincio da capo, inserisco nome utente, password e… “Attenzione: numero di tentativi superiore al consentito, la casella è stata bloccata.” NOOO!!!

In quell’istante accade ciò che mia moglie teme più di ogni altra cosa: divento melodrammatico. È un fattore genetico rarissimo, tipicamente maschile, lo stesso difetto congenito che mi fa sbuffare come una pentola a pressione al primo imprevisto, o ripetere ossessivamente “cosa avrò? cosa avrò?” al minimo accenno di raffreddore. Impotente di fronte al mio dramma personale, mi rassegno a consumare la cena in un clima mesto e pensieroso. Intanto mi arrovello su che cosa potrà mai contenere la misteriosa PEC: di certo un messaggio importante, probabilmente una notizia grave, qualche inadempienza di cui non mi sono avveduto, un bollo auto non pagato, forse addirittura una citazione in giudizio. Perché la PEC, come ho già ampiamente illustrato, è come una raccomandata, e non è che per raccomandata ti mandano le offerte del Lidl o gli avvisi della parrocchia! Dopo cena, ripreso il controllo di me stesso e ostentando con Trilly un falso distacco rispetto alla questione (“Ma sì, amore, alla fine non sarà nulla di serio!”), riaccendo il PC e cerco una soluzione: ecco, c’è una procedura di recupero password! Devo compilare un modulo, allegare un documento d’identità e inviare tutto per email – un’email normale, grazie a Dio – ad un certo indirizzo, dopo di che le nostre gloriose Poste Italiote effettueranno le verifiche del caso e mi invieranno una nuova password. Tutto qui? Sì, tutto qui!!! Dio benedica la nuova avanguardia tecnologica della pubblica amministrazione! Mi metto l’anima in pace e dormo come un pascià fino al mattino seguente.

Mi sveglio di buon ora, compilo il pdf interattivo, lo stampo, lo firmo, scannerizzo modulo e carta d’identità e spedisco il tutto per email. Voilà! Anzi no. Mi torna indietro: ancora picche… Come sarebbe picche? Ma pure l’email dell’assistenza mi risponde picche? Ebbene sì, la casella dell’assistenza sembra essere piena. Piena? Ohibò, com’è possibile? Ritento poco dopo, ma niente da fare. Stessa risposta, la casella del destinatario sembra essere proprio piena, stracolma, farcita come un insaccato digitale. Un paradosso: le Poste che non ricevono la posta! Oppure, tutti i cittadini modello come me si sono dati appuntamento lo stesso giorno per mettere alla prova la procedura di recupero password. Sono basito, smarrito, sconfortato. Sembrava tutto così facile, e ancora non so di che morte devo morire, perché la mia condanna è scritta in una dannata PEC che non posso aprire! Leggo bene il modulo e scopro che c’è un’alternativa. Lo stesso modulo si può inviare anche per fax. La richiesta sarà evasa entro 5 giorni lavorativi. Dio benedica il caro vecchio fax!!! L’unico problema è che il fax lo posso inviare solo dall’ufficio, quindi dovrò aspettare lunedì… Scusa Dio, ma non potevi lavorare un paio di giorni in più?

Il weekend, inutile a dirsi, paaasssaaa leeentiiisssimooo. Ogni attività ricreativa è un’inutile perdita di tempo che mi separa dalla soluzione del giallo. Dormire sembra essere l’unico modo per non soffrire di questa angosciosa attesa. Cerco di sedarmi il più possibile, bevo camomille, leggo dépliant dei negozi di detersivi e guardo a oltranza polizieschi coprodotti da Francia e Germania. Mi addormento sul divano, mi rotolo sul letto. Dopo 17 ore di dormiveglia disperato mi arrendo. Sono costretto ad uscire e fare vita sociale, nonostante il dramma interiore che si consuma nel mio animo oppresso. Poi finalmente arriva lunedì: non sono mai stato così entusiasta di timbrare il cartellino!

In ufficio scalpito, in attesa della pausa pranzo che sembra non arrivare mai. Ma poi arriva, è il momento! Invio il modulo per fax e… fatto. Beh, non c’è molto altro da dire. Un fax parte e basta. Stampa il rapportino che è partito e basta. La carta è uscita chissà da quale altro apparecchio posto in chissà quale sperduto ufficio postale. Forse nessuno se ne accorgerà. Forse il mio modulo resterà penzoloni per giorni, in qualche stanzetta buia e ammuffita, finché una donna delle pulizie non lo raccoglierà e non lo getterà in qualche cestino della carta straccia. Eppure non ho altra via che fidarmi del vetusto mezzo di comunicazione telefonica ed attendere pazientemente i 5 giorni prescritti. Cinque giorni che possono diventare un’eternità.

Dopo tre giorni chiamo il numero verde per chiedere notizie del mio modulo. Mi risponde un tizio con uno spiccato accento napoletano:

«Salve, ho attivato una procedura di recupero password. Vorrei sapere se state provvedendo e quanto tempo ci vorrà.»

«Mah, che vuole che le dica… Lei quando ha inviato il modulo?»

«Tre giorni fa… abbondanti!»

«Eh, capisco, ma sa, qui non ci abbiamo nemmeno un terminale, non posso controllare, mi capisce?»

«Guardi, in verità ho mandato un fax, perché l’email non funzionava.»

«Eh, ha ragione! Ma quelli arrivano direttamente a Roma, e noi non possiamo controllare, non ci danno neanche un computer, qua. E poi l’altro giorno l’email dell’assistenza si è messa a rispondere che è piena, e così non si può usare l’email, mi capisce?»

«Sì, sì, è proprio così, Dio La benedica! Infatti è per quello che ho usato il fax, solo che il fax non si sa se è arrivato, non c’è risposta, e così io volevo sapere…»

«Mi spiace, guardi, La capisco, ma qui veramente non possiamo controllare. Lasci passare 5 giorni, e vedrà che Le arriverà la nuova password. Di solito fanno presto, sia fiducioso!»

«A beh, meno male, Lei è stato gentilissimo, guardi!»

Gentilissimo o non gentilissimo, quando riattacco il telefono ho la vaga sensazione di essere stato preso per i fondelli.

Passano altri due giorni. È venerdì e non ci sono notizie, ma se chiamo adesso, mi diranno GIUSTAMENTE che devo far passare cinque giorni completi, e non quattro e mezzo! Devo attendere un altro, interminabile weekend. L’ansia è divenuta quasi intollerabile. Nel frattempo evito di stare troppo in casa, per paura di farmi trovare dalla polizia giudiziaria o dalla squadra mobile. Già mi immagino la scena: “È lei il signor De Filippo?”, “Ehm, Di Filippo con la ‘i’, sì, sono io.”, “Non ha ricevuto il mandato di comparizione? Perché non si è presentato in tribunale?”, “Oddio, e quando dovevo venire?”, “Non faccia lo gnorri. La sua mancata testimonianza ha causato la liberazione di un pericoloso criminale!”, “Ma io non sapevo niente! Lo giuro! Scusi, ma questo mandato non me l’avrete mica spedito per…”, “Posta Elettronica Certificata. Rapida, efficace ed economica! Non neghi, abbiamo la ricevuta di consegna!”, “Ecco, io non sono riuscito ad aprirla…”, “Come non è riuscito ad aprirla??? Mi prende in giro?”, “Mi creda, ho smarrito la password e allora ho tentato, ho provato…”, “Ha smarrito la password? Ma Lei è un irresponsabile! Scommetto che non ha mai smarrito la chiave della sua cassetta delle lettere! E adesso mi smarrisce una password che dovrebbe imparare a memoria e tenere a mente come la sua data di nascita? Lei non è degno cittadino di un paese moderno e all’avanguardia! E soprattutto la legge non ammette ignoranza, tantomeno smarrimenti di password… Arrestatelo!!!”

Il lunedì seguente la mia psiche è distrutta. Notti insonni e crisi di panico, una dipendenza patologica da refresh della posta in arrivo, ore passate di fronte alla pagina di autenticazione della PEC senza poter inserire le mie credenziali di accesso. La mia PEC misteriosa e importantissima ancora inaccessibile, a causa di una stupida parola d’ordine smarrita per sempre. Ma i cinque giorni sono passati: è mio diritto sacrosanto chiamare il numero verde e chiedere il reset della password senza ulteriori indugi, che io qui rischio l’incriminazione, la galera, la pena di morte!

«Salve, cinque giorni fa… abbondanti… ho richiesto il reset della password, ma ancora non ho ricevuto quella nuova. Ho bisogno di sapere quando mi sbloccherete la PEC, perché ho ricevuto un messaggio importante e non posso leggerlo!»

«Buongiorno, aspetti un istante che controllo.»

«In che senso ‘controlla’? E come fa?»

«Al computer! Mi dia il Suo numero cliente…»

«Vuol dire che Lei ha un computer?!? Ma…. certo, il mio numero cliente è (dètto il numero).»

«Sì, guardi, mi risulta che stiano elaborando la Sua richiesta. Tra breve Le invieranno la nuova password.»

«Ma io… ma io… beh, è fantastico, io non so come ringraziarLa… sa, giorni fa ho ricevuto una notifica di ricezione e sono un po’ in ansia…»

«Immagino, immagino, signor Di Filippo, Lei ha ricevuto una PEC e adesso non può leggerla, capisco che Lei sia in ansia, sarei in ansia pure io!»

«Sì, sì, è proprio così! Che Dio La benedica, finalmente uno che si rende conto…»

«Comunque, se mi dice il mittente forse posso dirLe il contenuto della PEC.»

«Scusi, non ho capito.»

«Se Lei mi dice il mittente della notifica, io vedo se posso dirLe cosa c’è scritto nella PEC che Le è arrivata.»

«Sta scherzando???»

«Assolutamente no, ma così almeno Lei si mette l’anima in pace.»

«Beh, in effetti… – balbetto – il mittente… il mittente è ‘notifiche_noreply’…»

«Ah, sì, guardi, allora è la notifica che stanno per disattivare il servizio.»

«Scusi, non ho capito.»

«Vede, se lei va sulla homepage della posta certificata, vedrà che c’è un’informativa sul fatto che il servizio gratuito di PEC del cittadino sta per essere disattivato. La PEC che ha ricevuto è questa informativa.»

«Disattivano la PEC del cittadino? Sta dicendo che in cinque anni che ho la PEC del cittadino, il primo ed unico messaggio che ricevo è per dirmi che la PEC del cittadino verrà disattivata? Sta dicendo che mi è quasi venuto un infarto solo per questo?»

«Mi sa di sì, eh eh eh.»

«Grazie… è stato gentilissimo…»

«Si figuri, grazie a Lei. E buona giornata!»

Da quella telefonata sono passati due mesi e mezzo. Non ho ancora ricevuto la mia nuova password. In compenso continuano ad arrivarmi notifiche di nuove PEC in arrivo. Prego Dio che siano le Poste che mi dicono che il servizio sta per essere disattivato definitivamente, che mi restano solo poche settimane per consultare le mie PEC in archivio, che infine l’accesso sarà inibito per sempre. Ma intanto mi affaccio furtivo alla finestra del soggiorno, gli scuroni socchiusi, immerso nella penombra della mia prigione domestica, e osservo angosciato la strada sotto casa, col terrore di vedere, da un momento all’altro, i carabinieri che mi vengono a prelevare. E senza avviso di ritorno.

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2 risposte a Dei moderni mezzi di comunicazione

  1. Franco ha detto:

    Sei proprio sfortunato, pensa che io dovrò attivare la fattura elettronica con un risparmio di molti miGlioni di euro stando agli spot televisivi.
    Io avrò delle spese pari a non so quanto ma vuoi mettere, farò risparmiare miGlioni di alberi da carta!
    Poi sono strafelice di pagare o per lo meno di aver pagato il lauto stipendio ad un ex ministro che mi vuol dare una grossa multa se mangio il coniglio che poi non mi piace moltissimo, preferisco il manzo e il vitello.
    Come animale da compagnia piuttosto dell’ex ministro preferirei una pantegana o un coccodrillo o forse una lumaca di quelle senza guscio.
    Un manzo o un vitello mi creerebbero qualche problema di spazio.

    • Personaggio in cerca d'Autore ha detto:

      Beh, Franco, non è che il coccodrillo sia tanto più piccolo di un vitello… con in più lo svantaggio che è steso a terra, quindi è facile inciamparci. E non gli si può nemmeno passare l’aspirapolvere sotto le zampe!
      Insomma, fossi in te non scarterei ancora l’idea del vitello, ecco.

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