A cosa pensano i gatti?

Wondering Fanta - © 2014 Claudio Di Filippo (clicca sull'immagine per ingrandirla)

“Wondering Fanta” – © 2014 Claudio Di Filippo
(clicca sull’immagine per ingrandirla)

Ogni volta che guardo la nostra gatta e la vedo così assorta, lo sguardo perso chissà dove, indifferente alle umane faccende, non posso fare a meno di domandarmi: a che diavolo sta pensando?

In verità quest’immagine è solo un altro banale esperimento con la K-7. Frustrato dal perdurare del cattivo tempo, il quale non mi aveva ancora permesso di provare in esterni la mia prima reflex, e di esplorare le infinite possibilità della fotografia con la “F” maiuscola, una sera mi sono armato di cavalletto e mi sono messo a fotografare Fanta in soggiorno, alla luce del solo chiarore prodotto delle appliques e dalla TV accesa.

Devo dire che è stata una modella molto paziente.

Ho preso di peso la sedia sulla quale se ne stava accoccolata e, con lei sopra, l’ho posizionata in un punto più spazioso. Poi le ho piazzato il cavalletto a mezzo metro dal muso e mi sono messo ad armeggiare con la fotocamera, mentre lei (sempre la gatta) non faceva una piega.

È stata anche piuttosto accondiscendente, in effetti.

Per esempio, non appena ero pronto a scattare, e magari lei se ne stava girata a leccarsi la pancia e a spulciarsi i polpastrelli, la chiamavo con bacini e schiocchi di dita, né più né meno come avrebbe fatto un fotografo di Vogue (*) con la sua giovane modella taglia trentasei: «Pciù, pciù, tesoro, guardami, guardami… ecco amore, proprio così! – click click click – sei bellissima – click click click – sei meravigliosa – click click click».
E lei (la gatta), con quell’aria supponente da diva consumata, al mio richiamo concedeva senza indugio il suo profilo, e financo il suo sguardo felino, ora ammaliante, ora malinconico, ora miao-miao, ora purrr-purrr.

In conclusione, quella sera, ho penato non poco ad apprendere la difficile arte del bilanciamento del bianco, ma almeno ho potuto studiare – in condizioni certo non facili – il 28-80 ‘macro’ che ho cannibalizzato dalla ex-35mm di mio fratello Alberto. Alla fine credo di aver ottenuto un’immagine sufficientemente nitida e luminosa. Che poi era l’unica pretesa di quella sera…

Perché, per quanto nitida, luminosa o ravvicinata potesse essere, nessuna foto avrebbe mai potuto cogliere la risposta alla mia domanda: a cosa stava pensando Fanta?


(*) Qui stavo per scrivere “come avrebbe fatto Helmut Newton con la sua June Browne”, ma un paragone così ardito mi avrebbe procurato il sequestro immediato della macchina fotografica da parte delle autorità competenti, senza contare che Helmut Newton sarebbe risorto dalla tomba per venire a schiaffeggiarmi di persona (svegliando pure la povera Marlene Dietrich, che con questo post non c’entra niente, ma che suo malgrado gli sta sepolta subito accanto). Non che paragonarmi a un fotografo di Vogue sia molto più onesto…
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