La scienza in ufficio

[ Scarica in versione e-book: epub | mobi | azw3 | pdf (per la stampa) ]

Un fatto inaspettato

Un giovedì d’estate, in ufficio, ti ritrovi di fronte a un display e pensi: come sopravviverò a tutto questo?

Giovedì scorso, in ufficio, mi è capitato un fatto inconsueto.

Era caldo torrido, la scrivania incandesceva – voce del verbo “essere incandescente” – per via delle grandi vetrate esposte a sud-ovest da cui il sole pomeridiano investe la mia postazione. Ogni due per tre (che per la cronaca fa sei) mi viene una sete boia, e ovviamente la bottiglietta di minerale è più agli sgoccioli di una prugna secca, oppure è diventata calda come le Terme di Monte Cifrullo. Così inizia il lungo pellegrinaggio alla saletta del buon ristoro posta nell’altra ala dell’edificio.

I corridoi a quell’ora sono mezzi deserti. I colleghi se ne stanno rintanati ciascuno nel proprio ufficetto, abbarbicati sulla sedia con le posture più strane, pur di non scostarsi dall’esile flusso dell’aria condizionata. Due soli minuti di lontananza dalla zona climatizzata possono essere fatali e causare congestioni, colpi di calore e collassi cardiocircolatori. Insomma, una volta che ti abitui a stare in frigorifero, non è che poi te ne puoi andare a zonzo nella calura come se niente fosse: la carne ti marcisce addosso, i fluidi vitali evaporano in breve tempo. Del resto, ogni buona massaia lo sa: mai surgelare una seconda volta. Insomma, era in queste condizioni e con tali rischi che affrettavo il passo verso l’oasi dedicata al rifocillamento degli impiegati, nella quale si trovano i sintetizzatori di caffeina, i distributori di grassi idrogenati e il prezioso boccione di H2O refrigerata.

Fatto sta che, se la mia mezza minerale era agli sgoccioli, il mega boccione comune era più asciutto di un osso di seppia dentro un sacco di iuta grezza imbottito di segatura e abbandonato da una settimana nel bel mezzo del deserto del Kalahari. Poi ditemi se ho reso l’idea. Che fare? Ero già lontano dall’area climatizzata da oltre 45 secondi: entro breve sarei per forza dovuto tornare indietro, altrimenti non avrei avuto autonomia sufficiente per rientrare e sarei stramazzato al suolo in preda alla secchezza delle fauci. Un po’ come in Apollo 13, con quei poveri disgraziati di astronauti costretti a contare i respiri e le pisciate per non restare senza ossigeno fino all’ultimo secondo. Che poi – diciamocelo – quel film mi piace un sacco, però all’ennesima botta di sfiga che gli capita mi viene sempre da esclamare “Eh che palle, ma a ‘sto punto prendetevi a capocciate e chi resta vivo si scola una birra alla salute di tutti gli altri… almeno qui sulla terra ce ne possiamo andare a letto, che sono già le 23.35 e siamo ancora a metà del film!”. Insomma, è solo per dire che i pomeriggi d’estate in ufficio mi fanno un effetto tipo “Apollo 13”.

Comunque, tornando all’acqua che era finita, mi balena l’idea di prendere il boccione nuovo dall’armadietto e infilarlo sulla sua fontana. Solo che il ‘bambino’ pesa 900 chili, e allora penso che probabilmente morirò facendolo: tanto varrebbe tornarsene in ufficio e provare a succhiare un po’ di linfa dalla piantina grassa che tengo sulla scrivania, giusto per sopravvivere fino alle diciotto. A dire il vero un po’ spinosa, la pianta grassa, ma da piccolo una volta ho letto una storia di Paperino e Qui, Quo, Qua che si erano persi nel deserto, e i nipotini leggono nel Manuale delle Giovani Marmotte che si può bere l’acqua dei cactus e allora la bevono e si salvano, ma scoprono pure che è buonissima e allora zio Paperone diventa ricco – ma già lo era! – vendendo acqua di cactus in lattina, alla facciaccia di Rockerduck che gli aveva venduto quel pezzo di deserto sciucco e spoglio facendogli credere che c’era l’oro e invece non c’era. O era il platino, non ricordo. Comunque avete capito che la storia di Paperino sulle prime era intrigante, ma il Manuale delle Giovani Marmotte non è una fonte attendibile al 100%: e se non fosse stato vero? E se mi fossi avvelenato? Vai poi a fare causa a Zio Paperone per pubblicità ingannevole. No, no, non potevo rischiare.

Vabbè, ormai mancavano solo pochi secondi prima che i miei tessuti iniziassero a deteriorarsi, perciò mi restava una sola cosa da fare: comprare una bottiglietta di ghetoreid dal distributore! Costa 1,20 euro, ma porca vacca la mia vita varrà pure un nichelino… Dunque, per farla breve, che poi breve non è lo stesso, infilai la mia chiavetta col portachiavi a forma di lisca di pesce (un presagio?) nella fessuretta apposita del macchinario e… cosa vidi? Niente! Il display azzurro a cristalli ‘liquidi’ (altro presagio?) era rimasto azzurro, e il loghino della Necta, che altro non è che il costruttore della fottuta macchina, continuava a fluttuare nell’azzurro, come se la mia chiavetta fosse completamente trasparente. I miei organi interni, nel frattempo, cominciavano a polverizzarsi: quella “macchina meravigliosa” che è il mio corpo aveva attivato le sue difese e avrebbe sacrificato per prime le funzioni non indispensabili, onde preservare quelle vitali più a lungo possibile. La filosofia è: resto un vegetale, ma almeno sopravvivo. Comunque sentivo che piano piano se ne stavano andando prima la milza, poi la cistifellea, anche perché non ho mai saputo a che cavolo servissero. Di seguito sarebbe andato avanti smezzando: tipo, un rene che tanto ne ho due, un polmone che tanto ne ho due, un testic… eh no, quelli no, li tengo fino alla fine!

Intanto, il mio cervello – che per fortuna è in fondo alla lista, insieme al cuore, al pollice destro e ai peli sotto le ascelle – era tutto concentrato su questo fatto inaspettato, direi quasi straordinario. Sì, perché i casi erano due: la mia chiavetta, o si era improvvisamente formattata/smagnetizzata/disabilitata – come preferite voi, oppure era semplicemente vuota, completamente scarica, azzerata al centesimo! Per verificarlo, inserii una moneta da due euro e, senza esitare, il display mostrò il nuovo credito disponibile: due euro tondi tondi. Dunque, il credito nella chiavetta era veramente a zero!

Incredibile, vero? No? Beh, se la cosa non vi sembra incredibile, non mi stupisco. Probabilmente non siete ingegneri che hanno giocato con il Lego fino a 26 anni, oppure non avete a che fare con fogli di excel da 352 colonne e 42 mila righe tutti i santi giorni. Perciò, lasciate che io educa, vi edonga, vi edossi – ecchecca… – VI RENDA EDOTTI tramite qualche semplice considerazione matematica:

  • considerando che la chiavetta può essere caricata, oltre che con monete da 2 e 1 euro, con pezzi da 50, 20, 10 e 5 centesimi;
  • considerando che un caffè (preso con la chiavetta) costa 36 centesimi;
  • considerando che prendo da un minimo di 2 a un massimo di 3 caffè al giorno in quella macchinetta;
  • considerando che non carico mai più di 1,50÷2,00 euro a botta;

tutto ciò considerato, quante probabilità ci sono che siffatta chiavetta, in siffatto modo gestita, arrivi esattamente a zero centesimi? Ve lo dico io: PRATICAMENTE NULLE! È un fatto assodato, se avete mai lavorato come impiegati, che l’eventualità che la vostra chiavetta per la macchina del caffè si azzeri completamente è meno probabile di un giorno senza pioggia subito dopo aver lavato la macchina. Questo accade perché il prezzo del caffè non è mai multiplo, né sottomultiplo, dei tagli disponibili per la ricarica. Per esempio, voi un giorno potete anche caricare 3 euro e 60 centesimi – e già solo per questo dovreste andare dallo psichiatra! -, ma poi dovete avere una disciplina ferrea nel prendere solo caffè per le dieci volte successive. Cioè, basta che una volta prendete un pacchetto di crackers da 60 centesimi e vi siete – passatemi il termine – sputtanati per sempre il vostro obiettivo di raggiungere lo zero tondo. Vi resteranno sempre 6 centesimi, 29 centesimi, 35 centesimi, addirittura 2 centesimi sgaffi, ma non riuscirete mai a pareggiare di nuovo il conto, potete starne certi.

Il meccanismo, poi, è tanto più accentuato quanto più vi avvicinate al momento della cessazione del vostro rapporto di lavoro. Infatti, è inevitabile che, dal giorno in cui vi licenziate, fino all’ultimo giorno di preavviso (mediamente trenta giorni), il credito nella vostra chiavetta tenda inesorabilmente a salire e mai a scendere, nonostante passiate quasi tutto il tempo ad offrire caffè ai futuri ex-colleghi, ciondolare avanti e indietro attorno al distributore di merendine e rispondere ad inutili sondaggi su Facebook. Si tratta di un fenomeno – probabilmente già modellizzato in qualche corollario alla legge di Murphy – che non risparmia nessuno, e che porta ogni impiegato ad accumulare, nel corso della sua vita professionale, almeno due dozzine di chiavette di altrettante macchinette del caffè perché “tanto ci sono dentro ancora 2,73 euro, mica glieli regalo!”. In realtà l’impiegato, al gestore della macchinetta, quei soldi glieli ha già regalati: semplicemente non consumerà mai ciò per cui ha pagato in anticipo. Senza contare che per ogni chiavetta ha sicuramente dovuto sborsare almeno 5 euro di cauzione a qualche impiegato di cui non ricorda il nome, cauzione che in teoria gli sarebbe stata restituita alla riconsegna della chiavetta, chiavetta che però non ha voluto riconsegnare perché ci sono ancora quei quattro spicci dentro. È un gioco perverso, da cui esce un solo vincitore: quello che raccoglieva le cauzioni e che in due o tre anni ci si è comprato la moto.

Concludendo, oh miei due lettori che avete tenuto botta fin qui, per decenni schiere di ingegneri, fisici e matematici-statistici si sono interrogati su come risolvere il mistero delle chiavette per le macchinette distributrici. Persino il MIT di Boston, dopo anni di studi, ha dovuto abbandonare un progetto che puntava ad elaborare un algoritmo risolutivo: i costi, infatti, erano lievitati in modo esponenziale, dopo che i ricercatori avevano chiesto all’ufficio del personale di versargli gli stipendi direttamente nelle chiavette per il distributore di caffè della sala mensa. Io posso solo dire che ho avuto la fortuna di vedere la mia chiavetta vuota almeno una volta nella vita, ed è stata un’emozione che potrebbe ripetersi solo fra settantacinque anni, come il passaggio della cometa di Halley. Un’eventualità niente affatto improbabile, considerando la tendenza di tutti i governi a procrastinare sempre di più l’età pensionabile.

Il succo della questione, piuttosto, è un altro: se è vero, infatti, che il credito della chiavetta aumenta man mano che si avvicina il giorno del proprio “fine rapporto”, allora dovrei dedurre che giovedì scorso è stato… l’apice della mia carriera!?!

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Brontolii, Picd'A Take Away, Scrivere e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

5 risposte a La scienza in ufficio

  1. pegappp ha detto:

    Hahahahahahah. Mi hai fatto sbellicare!

  2. mantini ha detto:

    La metafora del sacco di iuta pieno di sabbia era davvero azzecata. E nell’episodio dei paperi Rockerduck aveva millantato la presenza di platino (come giustamente hai fatto notare).

    • Personaggio in cerca d'Autore ha detto:

      Grazie per il feedback sulla metafora… e meno male che hai letto pure tu quella storia di Paperino: la mia memoria non è così malandata!

Lascia il tuo Commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...