Io e Nice

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zampa cane stripCiao, sto qui che aspetto invano una tua risposta ai miei messaggi (ma dove sei finito?), e passo il tempo a tamburellare sulla tastiera del mio vecchio PC. Chissà che viene fuori?

Potrei raccontarti che oggi, 10 dicembre, è stata una giornata un po’ particolare. Ne ricordo soltanto una, simile, intorno a ferragosto, di certo ero ad Ancona. Ancona, questa città che amo e odio, è sede, ultimamente, dei ricordi più strani: quel giorno di ferragosto, o giù di lì, passai la serata in completa solitudine, passeggiando per il centro, i vecchi amici sparsi chissà dove, la ragazza di cui ero innamorato a godersela in Spagna insieme ad un amico. Era il tempo della guerra lampo scatenata da Israele contro il Libano, ed io conclusi quella stramba giornata in una pizzeria al taglio gestita da un libanese amico di un mio ex compagno di università (anch’esso libanese). I quali, coi loro amici libanesi discutevano sulla situazione del proprio paese: con una lucidità e un distacco sorprendente, uno di essi raccontò, quasi fosse un aneddoto tra tanti, che il cognato, tornato in città dopo i bombardamenti, era rimasto ucciso dal crollo dell’ingresso di casa. Ad un certo punto della serata, si fermò tra noi un giovane pastore luterano americano. Un ragazzotto robusto, per non dire obeso, pel di carota e lentigini come se ne vedono solo nei film. Si capiva che passava spesso di lì, e infatti informò i libanesi che quel weekend si sarebbe riunita la comunità e che anche loro, come sempre, erano invitati. I libanesi ci scherzarono su, lo schernirono un po’, ma con affetto, ed era bello osservare quell’amicizia un po’ internazionale, un po’ interreligiosa, mentre l’altra metà del mondo era sconquassata da terroristi e forze di pace.

Ma dicevo che oggi è stata una giornata un po’ particolare. Il filo conduttore è sempre quello: che io me vado in giro solo soletto, e non so che fare o chi chiamare, perché chi chiamo non c’è, e chi non chiamo… non lo voglio chiamare. Lo sfondo, anch’esso, è sempre quello: Ancona, questa città che amo e odio, eccetera eccetera. Sarà per questo che vengo giù soltanto se costretto, o mosso dal rispetto per i miei vecchi che tanto mi hanno sostenuto in questo primo anno e mezzo di trasferta. Ora poi che la trasferta si è trasformata in vera e propria ‘residenza’, sentono ancora di più il distacco, e non posso che sforzarmi di compensarli con una maggiore considerazione da parte mia. Ma il prezzo da pagare è questa solitudine mortale: non sono riuscito a costruire granché, quaggiù, e di quel poco è rimasto ancora meno. Un’anno intero a telefonare ai vecchi amici, per seguire matrimoni, nascite e lutti, per augurare buon compleanno, per sapere se quello ha finalmente trovato lavoro… Ma per me, nessuno ha sprecato un centesimo per sapere come stavo: decine e decine di amici e conoscenti, non un messaggio di saluto ogni tanto. Per il compleanno qualche sms, ma neppure una viva voce da riconoscere. Ero sconvolto, all’inizio, poi, semplicemente, mi sono rassegnato. La gente ha tante cose a cui pensare, il lavoro, la ragazza, gli esami, e dimentica tutto il resto, non appena cade fuori dalla propria quotidianità. Io la odio questa cosa, quest’arida dimenticanza, mi fa addirittura infuriare…

Ma dicevo – di nuovo – che oggi è stata una giornata particolare. Un pomeriggio, a dire il vero. Semplicemente ho preso l’auto e stavo per andare all’Ikea, a comprare qualche accessorio per la casa, di cui avevo bisogno. Volevo approfittare del fatto che non avevo nulla, ma proprio nulla da fare, ma poi, lungo la strada mi son detto: “non sarà mica che mi sta pigliando lo shopping compulsivo?”. Eh no, caro mio, non sia mai che mi abbasso ad andare a fare acquisti per noia o per tristezza… Ho voltato la macchina e ho preso la “strada del monte”, quella che da casa mia costeggia tutto il Conero, puntando deciso verso Portonovo. Mi faccio una passeggiata in riva al mare, medito sui rancori che mi porto appresso, mi auto commisero un po’. Così è. La prima cosa che guardo, appena metto piede sulla spiaggia di sassolini, è – ovviamente – il mare. Guardo le onde calme che fanno su e giù, su e giù, frusciando all’ombra del promontorio, e penso che “vorrei essere il mare”. Perché?, mi chiedo. “Perché il mare non si stanca mai”. Bella risposta, penso, peccato non ci sia nessun altro a farmi i complimenti. Schiaccio ancora un po’ i sassi: vado avanti e indietro sulla riva, poi cammino sul molo. Ci sono un paio di tizi che pescano con le esce fluorescenti: mi incanto a guardare anch’io il galleggiante che brilla in mezzo all’acqua. Uno dei pescatori sta in piedi accanto a una ragazza. Mi chiedo se lei non si stia annoiando a morte… Riprendo a camminare a testa bassa e passo davanti alla veranda di un ristorantino. Si è fatto scuro ed alzo lo sguardo verso la vetrata illuminata: mi accorgo che accanto a me, piantato tra i sassi, si erge un grosso abete, senza addobbi, nudo e crudo. Del tutto solo. Senza scopo apparente. Un abete in riva al mare. Che assurdità, mi domando se non sia già morto. Lo guardo ancora da capo a piedi, messo lì, come un soprammobile, ad allietare lo sguardo di chi, da dentro il ristorante, si illude, magari, di stare in settimana bianca, mentre al caldo gusta pesce fresco e spaghetti ai frutti di mare. Meglio andarsene.

Riprendo l’auto, deciso a fare tappa a Sirolo, in cima al belvedere. Chissà, magari anche da lì riesco a scorgere l’abete di mare… La strada del monte è zeppa di curve, la ricordo bene, ma col giusto polso si legano tra loro ch’è un vero piacere. D’un tratto, sulla destra, scorgo un paesello illuminato come un presepe. È Massignano: lo so perché ricordo che incontravo sempre il cartello quando andavo al mare a Numana o Marcelli. Lo ricordo, ma non l’ho mai visto, così giro a destra e mi inerpico per questa salita ripidissima, che sale su all’improvviso, e svicola d’improvviso tra casupole aggrappate chissà come alla roccia friabile del Conero. La strada finisce quasi subito, e con essa il paese. Che poi si rivela soltanto un cucuzzolo con qualche muro a renderlo abitabile. Curioso, però: faccio un giro a piedi e mi segno il numero di una trattoria. Sul menu, esposto sulla strada, c’è scritto “segnalato dalla guida ai ristoranti d’Italia Gambero Rosso”. Si capisce anche dagli antipasti: il più economico costa nove euro. Cammino ancora un po’ e mi guardo intorno. Un tizio da una macchina mi domanda se lì ci sia la Comunità di Massignano, ma io “non sono di qui, spiacente”, e tanti saluti. È ora di andarmene anche da qui.

Rimonto in macchina, alla volta del belvedere di Sirolo. Manca poco ormai. Al curvone sotto le cave, due cani invadono la strada: i fari fanno brillare un collare e una targhetta, ma intorno non sembra esserci nessuno. Ringrazio il cielo di non averli investiti, e proseguo lentamente. I cani mi seguono trotterellando sul ciglio della strada: c’è un grosso camion parcheggiato nella grande piazzola che si allarga dal curvone. Potrebbero essere di proprietà del camionista, mi chiedo, ma perché lasciarli liberi così? Proseguo per un po’, poi mi giro e torno indietro a controllare. Giunto al curvone rallento ancora, e i cani di nuovo dietro: sono pastori tedeschi e quello che sembra prendere l’iniziativa è più grosso dell’altro. Una macchina nera, proveniente dal senso opposto, sembra fare lo stesso. Accelero leggermente e lampeggio con gli abbaglianti verso un terzo automobilista, sperando che si accorga in tempo dei due animali in mezzo alla strada. Ora sono di nuovo alle pendici di Massignano: faccio manovra e giro nuovamente la macchina, stavolta con l’intenzione di fermarmi a controllare. Arrivato al curvone, le due bestie sono ancora lì, così mi fermo nella piazzola. Il cane più grosso si avvicina all’auto. Mi scruta dal finestrino, poi si accuccia con le orecchie appoggiate indietro e lo sguardo triste, ma io non apro. Anzi, chiudo le sicure per il timore che possa esserci qualche male intenzionato, che magari sfrutta i due cani per fermare e aggredire gli automobilisti.

Prendo il telefono e chiamo il 112. «Carabinieri di Ancona, dica?». Accenno ai due cani vagabondi, il rischio che vengano investiti o che causino qualche incidente, ma il militare mi da il numero dei vigili urbani. Li chiamo, e racconto tutto da capo a una voce femminile. Mentre parlo, dall’altro lato della strada si ferma l’auto nera che aveva rallentato insieme a me: sembrano indecisi se fermarsi o meno, poi parcheggiano. I cani gli si avvicinano: ne informo la vigilessa e sospendo la chiamata dicendo che vado a verificare. Raggiungo l’auto nera e scendono due ragazzi, più giovani di me, uno fiorentino, l’altro bergamasco, mi dicono. Anche loro si sono incuriositi vedendo i due animali, e insieme ragioniamo sul da farsi, ma forse la cosa migliore è proprio richiamare i vigili. La voce femminile è ancora lì, mi dice che chiamerà il veterinario di turno e mi farà sapere. Intanto il cane più piccolo è sgattaiolato via: l’altro rimane a farsi coccolare dai due ragazzi e insieme proviamo a leggere la targhetta di plastica, di quelle che si attaccano ai mazzi di chiavi. C’è scritto il nome, “Nice”, e un numero di telefono mezzo cancellato. Provo a chiamare, ma risponde la segreteria, così lascio un messaggio e il mio numero di telefono. Subito dopo richiama la vigilessa: il veterinario non arriverà prima di un’ora, purtroppo, ma noi possiamo anche andarcene. I due ragazzi mi chiedono dove si arriva dallo stradello che parte dalla piazzola: volevano fare un’escursione, ma non conoscono la zona. Certo col buio non mi pare un’ottima idea, ma vedo che hanno zaini e torce con sé. Così gli dò qualche dritta: resto io col cane ad aspettare, tanto non ho nulla da fare. Ci presentiamo prima di salutarci, poi s’incamminano.

Io e Nice restiamo soli sulla piazzola. Per fortuna ci sono i lampioni a tenerci compagnia. Alla luce mi rendo conto che è un cane bellissimo, sano, per quanto ne capisco, col pelo fulvo e lo sguardo profondo. È impaurito e spaesato, solo come me: eravamo soli, adesso ci siamo incontrati. Torno verso la mia macchina, seguito dal cane, e mi siedo al posto di guida. Lui invece si accoccola ai miei piedi, all’ombra dello sportello aperto. Ogni tanto passa una macchina, ed io provo a immaginare la scena dal loro punto di vista, e i commenti dei passeggeri: un ragazzo, un cane e una punto grigia, fermi su una piazzola, lungo la strada del monte, ad aspettare chissà cosa. Forse i marziani. Di tanto in tanto, Nice alza il muso e mi guarda, poi si strofina un po’ sulle mie gambe e io gli accarezzo la testa. È tranquillo adesso, ha trovato un po’ di compagnia, e ha smesso di correre appresso alle macchine che passano, sperando che si fermino a soccorrerlo. L’attesa è lunga, il cane è paziente e io pure, ci scambio due parole, ma non risponde: meglio così, vuol dire che è tutto normale. D’un tratto rialza il muso e cerca di infilarlo tra le mie gambe e il volante: sembra che voglia infilarsi in macchina, ma io, con prudenza lo trattengo. Si accuccia di nuovo ai miei piedi, un po’ deluso. Io lo osservo da dietro, chiedendomi se ho mai vissuto una domenica sera più originale di questa. Lo guardo drizzare le orecchie ad ogni rumore, poi riaccucciarsi di nuovo. Alza il muso per farsi accarezzare, sembra cercare rifugio sotto il mio petto, poi di scatto si rinfila sotto al volante. Stavolta è più deciso, e facendosi largo oltrepassa il posto del guidatore e salta su quello del passeggero. Si gira su se stesso, quindi si lascia sfilare tra i due sedili e prende possesso del divano posteriore. È incredibile come, per quanto possa apparire grosso, un cane trovi sempre il modo di infilarsi nei luoghi più angusti. Ormai stava lì, comodamente rannicchiato all’interno dell’auto, non senza aver ‘garbatamente’ scansato i vari oggetti poggiati sul sedile.

Mi alzo e mi metto a camminare avanti e indietro sulla piazzola, con Nice che mi guarda dal finestrino posteriore, forse per assicurarsi che non io non lo abbandoni. Un’auto sembra accostare dall’altro lato: mi domando se non sia il veterinario, ma la vettura prosegue sullo stradello imboccato prima dai ragazzi, lasciandosi dietro una nuvola di polvere. I minuti passano ed io mi accosto al finestrino per controllare Nice. Dorme, con un sommesso russare. Un fuoristrada si ferma nella piazzola, poco distante da noi. Si aprono due sportelli e scendono due persone. Io faccio per avvicinarmi, ma mi accorgo che è solo una sosta di servizio: i due, semplicemente, si scambiano di posto e il fuoristrada riparte. Mi dico “ecco, adesso sono io il cane, che vago ai bordi della strada e corro dietro alle macchine sperando che mi raccolgano…”. Rientro in macchina: «Non gliene frega niente a nessuno, di noi due, caro mio». Nice mi guarda e poi si rimette giù. A lui basta aver trovato riparo.

È passata un’ora ormai: chiamo la vigilessa, sono ancora qui che aspetto, «ma lei è rimasto lì ad aspettare?», certo signorina, non posso mica lasciarlo qui a scorrazzare in mezzo alla strada finché qualcuno non gli va addosso. «Richiamerebbe il veterinario, signorina? Giusto per sapere a che punto è? Io lo aspetto ancora, sa, ma giusto per sapere… e già che ci sta gli dica che ho una punto grigia, e che il cane sta dentro la macchina. Grazie». Chiudo la telefonata, con lei che commenta incredula «È ancora lì che aspetta…». Per passare il tempo, telefono a mia sorella e le racconto tutto. «Anzi, già che ci sei, cerca su internet questo numero di telefono e dammi la via, il nome o quello che c’è». Lei cerca, e intanto mi chiede com’è fatto il cane – lei adora i cani, ne ha sempre desiderato uno -, e mi fa promettere che se non troviamo il padrone lo prende in custodia lei. «Sì, Vale, comunque adesso arriva il veterinario e lo affido a lui, c’è poco da prendere in custodia…». Intanto, su internet il numero di telefono non si può rintracciare: il titolare non ha dato il consenso alla privacy. È sempre così, da quando hanno inventato i numeri a pagamento per consultare l’elenco abbonati: la tutela della privacy non è altro che un trucco per venderci anche quelle informazioni che prima erano gratis. Tranquillo Nice, tu non hai niente da temere, per fortuna. Soltanto che sono le sette e un quarto, ed io mi chiedo se il veterinario non preferisca finire di guardare Domenica In, questa sera. Forse dovrei portare il cane al Pronto Soccorso e affidarlo a loro.

D’accordo Nice, scendi e vai nel bagagliaio. Ma lui non si muove. Grosso com’è non mi azzardo a trascinarlo fuori dall’auto, così cerco di convincerlo a parole. Ha lo sguardo derelitto, come se avesse paura di essere abbandonato: «Non ti lascio qui, stai tranquillo! Ti prego, esci di lì e vai nel bagagliaio: c’è la grata, starai comodo, ma almeno non rischio che mi salti addosso mentre guido… Non ti lascio qui, lo giuro: scendi!» Lo tiro un po’ per il collare, lo spingo da dietro. Dopo qualche tentativo, lui si alza sulle zampe e incespica un po’ sul sedile. Allora lo afferro di nuovo per il collare, e stavolta insisto fino a farlo uscire. Non c’è bisogno di spiegare nulla: Nice salta subito nel bagagliaio spalancato ed io lo chiudo dentro. Lui resta lì, docile docile, a guardarmi dal lunotto. Poi, mentre raccolgo le cose tolte dal bagagliaio e le ammucchio sui sedili, mi chiedo se è il caso di avvertire la vigilessa che me ne sto andando. In quel momento, una macchina entra nella piazzola: stavolta non mi muovo, finché non vedo che si accosta a me. È il veterinario.

L’uomo scende e si scusa per tutto il tempo che mi ha fatto aspettare, ma purtroppo non c’è un pronto intervento. Lui è semplicemente reperibile e arriva da Candia. Tira fuori Nice dal mio bagagliaio e lo fa salire sul proprio, mi ringrazia e mi dice che se voglio sapere come va a finire posso chiamare il giorno dopo al canile di Candia. Mi sorride contento: ci stringiamo la mano e ci salutiamo. Arrivederci. Grazie ancora. «Grazie a Lei». Addio Nice. Grazie Nice.

(Mi è arrivato il tuo messaggio di risposta. Buona notte, forse ci vediamo a Natale.)

[10 dicembre 2006]

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4 risposte a Io e Nice

  1. Valeria Di Filippo ha detto:

    Che bello questo post! E’ valso la pena aspettare 🙂 Grazie! E… hai più telefonato per sapere com’è andata a finire?

    • Personaggio in cerca d'Autore ha detto:

      Grazie a te per i complimenti, Vale!
      Il giorno dopo mi chiamò il proprietario, che aveva sentito il messaggio in segreteria, e io lo indirizzai al veterinario… fu un po’ freddino, non ricordo neppure se mi ringraziò.

      • Valeria Di Filippo ha detto:

        Mah… Atteggiamento in tema con il clima che ti circondava… Chissà… forse gli hai rotto le uova nel paniere!

      • Personaggio in cerca d'Autore ha detto:

        No, non credo… non si abbandona un cane lasciandogli al collo la targhetta col tuo numero di telefono! Credo davvero che gli fosse scappato: forse era semplicemente preoccupato…

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