Come andammo a recitare in Francia e rischiammo di uccidere un cane – Episodio 6

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(episodio precedente)

EPISODIO 6: Ed eccola qui, miei affezionati venticinque lettori, la sesta, attesissima (se mai qualcuno l’attendeva) puntata della saga che tutti ci appassiona… Riusciranno i nostri benedetti eroi del GTR a guadagnare finalmente la platea dopo l’interminabile viaggio che li ha condotti a Sorgues? Chissà che non sia questa, dunque, la puntata decisiva… Ma bando alle ciance, si va ad incominciare!

Come andammo a recitare in Francia e rischiammo di uccidere un cane

ovvero: “Chi ha detto che il freddo è solo una condizione mentale?”

E’ buio. E’ tutto finalmente buio e… anzi, no. Il buio sarebbe troppo riposante, così diciamo che è penombra. E’ penombra e noi siamo finalmente stesi. Su un pavimento, certo, ma stesi, le membra rilasciate, la tensione e la stanchezza che scivolano via dai nostri corpi macilenti. Io sto con il pigiama e la felpa, ma sopra sono scoperto perché non ci sono state concesse coperte a sufficienza. Io e il Venanzoni siamo stesi su di un sacco a pelo aperto e steso sul tappeto, che ci protegge sì dalla polvere, ma che a questo punto non possiamo usare per coprirci. Gli altri sono sistemati anche loro alla meglio e dormono già della grossa. E si sente. Ve l’assicuro.

Io no, io sono troppo stanco per riuscire a dormire. Troppo agitato e dolorante per chiudere gli occhi, ma sono contento così: sto steso e questo mi basta, il sonno verrà da sé. Sì, amici, verrà da sé se la penombra si rabbuierà un poco. Ma c’è sempre quel po’ di luce che mi tiene sveglio e… sì, certo, per un po’ è romantico e concilia interessanti meditazioni sul perché i soffitti si dipingano di bianco, sulle origini della vita e dell’universo intero, sul perché i francesi facciano i cessi così stretti. Verrà da sé il sonno, sé riuscirò ad ignorare il russare dei vicini; che quando si dorme in gruppo non sai mai chi è che russa, ma pare sempre che sia proprio il tuo vicino per un sadico gioco del destino. Ma forse non è uno solo che russa: forse sono in due, forse sono tutti… Sì, devono essere tutti, l’orchestra al completo, cinque elementi per musica da camera. Ma io no. Io non russo, perché sto ben sveglio. Posso fare il direttore d’orchestra…

Ma il sonno verrà, ne sono sicuro. Verrà da solo il sonno, ad accompagnarmi sulle placide acque del regno di Morfeo, e le onde del riposo dondoleranno il mio naviglio alla deriva senza ch’io mi debba preoccupare di dove andare: a quello penseranno i sogni e la brezza. La brezza, già, una brezza fresca. Un po’ fastidiosa, a dire il vero, con quel brivido di tanto in tanto che ti mantiene in dormiveglia e allora mi coprirò con una calda coperta… che non ho.

Accidenti, verrà il sonno, sì, ma se comincia a far freddo io non mi addormento proprio per un cavolo!

In effetti comincia a fare un po’ freschino ed io sto alquanto leggero. Ok, il problema si risolve facilmente: allungo il braccio – per quanto l’affollamento circostante lo consenta – ed afferro i jeans. Caldi jeans con la fodera interna che si possono mettere sopra il pigiama e che spero mi salvino dal congelamento.

Fatto: ora aspetto un po’ e vedo come va. E se poi va vedrai che dormita! E al diavolo chi russa e al diavolo la luce soffusa! E… non va. Decisamente non basta: il frescolino s’insinua ancora tra le pieghe dei vestiti, nelle maniche, nelle caviglie, nel cotone che non perdona lo sprovveduto che viene dal mare. E che cavolo, ma che ne sapevo che andavamo a dormire sul pavimento di una casa senza il riscaldamento?

L’unica salvezza è ficcarsi sotto il sacco a pelo che mi fa da materasso, e pazienza se devo stare a contatto con un tappeto polveroso. Ma metà del sacco a pelo si trova sotto al Venanzoni. Anche lui, nel frattempo, ha sentito freddo e si è coperto con la giacca a vento che stava abbandonata accanto a lui, così ora Venanzoni sta sopra metà del sacco, io sotto l’altra metà: che però non basta a coprirmi tutto. Provo a tirare un po’ dalla mia parte, ma niente; il Venanzoni deve aver messo su qualche chilo, ultimamente… Riprovo a tirare con più forza e ancora nessun risultato. Non voglio svegliarlo (anche perché non so come reagirebbe), così ritento con tutte le mie forze, gemo e lotto fino allo stremo, rotolandomi con veemenza sul pavimento e cercando di trascinare il povero lembo di sacco a pelo: niente, neppure uno stramaledetto centimetro di coperta! E sono certo che un argano da 2 tonnellate non avrebbe potuto far meglio!

Vabbé, il freddo non ha mai ucciso nessuno… Oppure sì?

Quel che resta della notte passa veloce ed io mi adatto al freddo pungente, al concerto di russatori e ai lampioni che sparano direttamente attraverso le finestre: d’altronde, non sono forse abituato ai riflettori?

E sia, l’alba arriva, implacabile, ed io ho passato il mio tempo a desiderare che non arrivasse mai… Ma con essa arriva finalmente un po’ di tepore ed io sento che sono ancora in tempo per godere di qualche mezz’ora di vero riposo. Chiudo gli occhi e mi tendo nel delicato torpore del primo mattino, il momento più bello, il momento in cui sei sveglio, ma non alzato e pensi che magari hai diritto a quel po’ di riposo in più, che non è così grave arrivare al lavoro con cinque minuti di ritardo, o rimandare lo studio mattutino, o prendersi persino un’intera giornata di riposo, o magari è domenica e…

DRIIIN – DRIIIN – DRIIIN

Maledetto sia il telefono, maledetto Meucci, Bell o chi diavolo l’ha inventato!

Parte la segreteria telefonica: una voce gracchiante, amplificata al massimo prorompe nella sala e straccia senza pietà ogni velo di silenzio! Ci chiamano dalla Salle des fêtes per dirci che stanno già tutti al lavoro e bisogna allestire il palco, o almeno così credo di capire…

Nessuno dei dormienti, ovviamente, ci bada. Perché gli altri, là fuori, non hanno idea della nottata che abbiamo passato e non immaginano neanche che stiamo dormendo su un tappeto.

Rotelli è l’unico che si scuote, poi si alza e se ne va a fumarsi una sigaretta. Io, che per tutta la notte ho lottato con la coperta troppo corta, vedo dall’altro lato Valter coperto con un grande sacco a pelo che probabilmente ha condiviso con Rotelli: “E’ la mia occasione!”, penso, e rotolo indegnamente verso di lui. Valter, col suo unico neurone ancora acceso, capisce al volo e compie un gesto che ancora oggi, nel ricordarlo, mi riempie il cuore di gratitudine a ammirazione quasi filiale… Alza la coperta con il braccio come fosse la sua grande ala protettiva ed egli mi accoglie nel suo tiepido giaciglio! Non posso descrivere la gioia di quel momento, la sensazione potente che lassù qualcuno mi ama e l’angelo custode esiste: ed io rotolo così, senza più paura e timore, sotto il tenero abbraccio di “Geeg Robot d’Acciaio”!

Risvegli…

E’ giunta l’ora di alzarsi, amici miei, e incontrare la vita in questa giornata nuova di zecca. Il destino ci ha voluti qui, a centinaia di chilometri da casa, in un luogo freddo e inospitale, ma pure ci vuole in coraggiosa tensione all’avventura, parati ad ogni sfida, sia pure incruenta com’è schierarsi su di un palcoscenico!

Il risveglio è lento ma inesorabile, ciascuno votato al comune obiettivo. Noi, in salotto, recuperiamo i vestiti sparpagliati qua e là, cercando di ricostruire un abbigliamento decente con i resti della lunga notte precedente. Il cane Igor – maledetto cane – corre felice a svegliare le ragazze, camminando delicatamente sulle teste di Ylenia e Costanza e chiamandole a gran voce col suo adorabile abbaio. A Costanza, dal canto suo, dei magnifici tappi gialli infilati nelle orecchie proteggono l’udito dai rumori mattutini ed è forse quella che gode del risveglio più dolce. Zampe di Igor permettendo.

Ed ecco, la giornata di casa Mireille ricomincia così com’era finita, cioè come in un episodio de “Ai confini della realtà”. In effetti Mireille arriva e per prima cosa va a spalancare la porta dello studio proprio mentre Lorena si sta tirando giù i pantaloni. Qui la censura non mi permette di proseguire, ma l’evento entrerà certamente negli annali del Recremisi. Il marito, nel frattempo, non vuol essere da meno ed ecco che Ylenia, pure lei con i calzoni tirati giù, se lo vede passare davanti alla finestra mentre trasporta un divano (!!!) insieme ad un amico… Quando si dice la coincidenza!

Dopo qualche tempo siamo di nuovo fuori di casa. Tutti e nove rimontiamo sul pulmino e diciamo addio al cane Igor, al tappeto polveroso ed al cesso troppo stretto di casa Mireille. Si riparte in direzione della Salle des fêtes, compagni di mille avventure, e stavolta sarà il palco o la morte!

(epilogo)

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