In America tutti hanno diritto a una seconda possibilità: forse anche la Pace…

SONY DSCContinua il focus di Picd’A sulla crisi siriana. Dopo aver dato spazio a tante voci contro la guerra, non potevo non affrontare l’importantissimo discorso rivolto dal Presidente USA alla (sua) Nazione.

Nel discorso tenuto dalla Casa Bianca stamattina alle 11 ora italiana (in USA erano ancora le 21 di martedì 10 settembre), Barack Obama ha spiegato alla (sua) Nazione le ragioni di un intervento militare in Siria. Tuttavia, nonostante la decisione di attaccare abbia già incassato l’ok del Senato, il Presidente non ha voluto escludere una soluzione diplomatica, annunciando di aver chiesto al Congresso il rinvio del voto.

Non è ancora finita, d’accordo, ma questo discorso mi è sembrato un primo, piccolo miracolo. Che siano stati i digiuni, le preghiere, o semplicemente il lavoro dei diplomatici – seppure mossi da interessi a noi oscuri -, non importa, perché sento che alla Pace è stata data una seconda possibilità. Non era affatto scontato, vista la determinazione mostrata finora da Obama nel voler punire Assad, ritenuto – questa è ancora la convinzione – colpevole dell’attacco del 21 agosto con armi chimiche. Molto significativa è la presa di coscienza che l’America è ‘stufa’ della guerra: parole insolite per un Comandante in Capo dell’esercito più potente del mondo…

Dopo aver letto attentamente il testo integrale in lingua originale, vi propongo qui di seguito una parafrasi in italiano.

Obama inizia il suo discorso rivelando come, di fronte alla violenta repressione attuata dal regime di Assad nei confronti di chi chiedeva riforme in senso democratico, lui stesso abbia più volte respinto le sollecitazioni interne ad un intervento militare, convinto – afferma – di non poter «risolvere le altrui guerre civili attraverso la forza, soprattutto dopo dieci anni di guerre in Iraq e Afghanistan». Tuttavia, in seguito all’episodio del 21 agosto, in cui oltre mille persone sono rimaste uccise dal gas nervino (“Sarin”), le prospettive sono cambiate. Si noti che in questo passaggio Obama attribuisce ancora – ed in modo inequivocabile – al governo di Assad la responsabilità dell’attentato, segno che i dubbi espressi dalla comunità internazionale e l’eventuale emersione di prove a discarico non sono contemplati. Come reagirebbe, quindi, l’Amministrazione USA di fronte ad un eventuale rapporto negativo da parte degli ispettori ONU?

Quindi, descritte le ‘prove’ della colpevolezza del regime, Obama si addentra nelle ragioni che, a suo dire, non possono esimere gli Stati Uniti dall’intervenire: l’impossibilità di restare indifferenti di fronte alle atrocità commesse da un dittatore, la violazione delle leggi internazionali (che dal 1997 bandiscono l’uso di armi chimiche) e la sicurezza degli Stati Uniti. Ma c’è anche l’inaffidabilità di Assad, il quale, in mancanza di una reazione, «non troverà alcuna ragione per interrompere l’uso di armi chimiche», e come lui i terroristi di tutto il mondo, mettendo così a rischio la sicurezza dei paesi vicini e giustificando una ripresa della corsa al nucleare da parte dell’Iran. Dunque, un attacco è necessario, anche se unicamente come deterrente all’uso di armi chimiche da parte di Assad come di chiunque altro.

Fin qui Obama – lo dice lui stesso – ha parlato come ‘Comandante in Capo’. Da qui in poi, invece, parlerà come «Presidente della democrazia costituzionale più antica del mondo». Ed è a questo punto che mostra la prima, significativa apertura: la necessità di un dibattito al Congresso, per dare forza ‘democratica’ alle decisioni del Presidente e un segnale di unità del Paese. Obama sembra non voler ripetere le esperienze fallimentari dell’Iraq e dell’Aghanistan, per chiudere le quali egli ha speso quattro anni e mezzo della sua precedente amministrazione. Sottolinea con forza che non intende portare truppe americane in Siria, e neppure intraprendere altre azioni dall’esito incerto, perché l’America – dice citando la lettera di un veterano – «è stufa della guerra».

Sarà piuttosto un’azione ‘mirata’, con l’obiettivo – lo ripete – di indebolire l’arsenale chimico e dissuadere Assad dall’utilizzarlo nuovamente. Obama assicura anche che non si risolverà una vana ‘puntura di spillo’, come insinuano i suoi detrattori, e rivendica la forza dissuasiva dell’esercito americano. E qui, in un altro passaggio significativo, afferma che gli Stati Uniti «non dovrebbero – a suo avviso – rovesciare l’ennesimo dittatore con la forza»: lo stesso Assad non ha interesse ad un’escalation che lo porterebbe, inevitabilmente, alla perdita del potere.

Obama, non si sottrae neanche a chi gli chiede perché intervenire in una situazione così complicata, in cui ad Assad potrebbero succedere altri «nemici dei diritti umani». Qui è sottile il riferimento alla possibilità, ventilata da molti, che i colpevoli dell’uso di armi chimiche siano proprio i ribelli, o per lo meno falangi fuori controllo che nulla hanno a che vedere con Assad. Obama è consapevole della presenza di estremisti tra gli oppositori del regime, ma la priorità è scongiurare il rafforzamento di Al Quada, e assicura che gli Stati Uniti collaborano con la parte sana del popolo siriano con l’obiettivo comune di arrivare ad una soluzione politica.

Infine, il Presidente affronta l’accusa più dura, che da sempre il mondo rivolge all’America: quella di voler essere «il gendarme del mondo». Obama tenta di ridimensionare la questione, riportando l’attenzione sull’avvenuto utilizzo delle armi chimiche, che ha vanificato anni di politiche sanzionatorie e compromesso la ricerca di soluzioni pacifiche. Quindi, nel passaggio decisivo, abbraccia costruttivamente la proposta di Putin (alleato storico della Siria) affinché Assad «consegni le sue armi chimiche», che ha già condotto il regime ad ammetterne il possesso e alla decisione di ratificare la convenzione internazionale per la loro messa al bando. Ed è grazie a questi due importanti risultati che Obama, seppure con grande prudenza, considera la possibilità di una rimozione della «minaccia dei armi chimiche senza l’uso della forza». Si noti la scelta di citare direttamente il Presidente Putin e non già la Russia, segno di grande distensione dopo il ‘gelo’ dimostrato in occasione del G20.

A questo punto, Obama annuncia di aver chiesto al Congresso USA un rinvio della votazione sull’uso della forza, per consentire alla diplomazia di seguire il percorso suggerito da Putin. E chiama a raccolta gli alleati Francia e Gran Bretagna, in collaborazione con Russia e Cina, allo scopo, esplicito, di tradurre la proposta in una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU – sin qui mai citato! – e di dare il tempo agli ispettori di presentare il proprio rapporto.

In conclusione, il Presidente USA rivendica i meriti degli Stati Uniti nel mantenere la sicurezza globale, e ritorna, in modo per altro assai retorico, sull’orrore suscitato dai video delle vittime del 21 agosto, invitando politici e cittadini, di qualsiasi schieramento, a non restare passivi di fronte all’uso di armi così terribili, chiudendo così il suo discorso: «L’America non è il gendarme del mondo. […] Ma quando, con poco sforzo e un rischio modesto, possiamo fermare l’assassinio di bambini col gas ed insieme rendere i nostri più sicuri per lungo tempo, allora io credo che dobbiamo agire. Questo rende l’America diversa. Questo ci rende eccezionali. Con umiltà, ma con risolutezza, fa che non perdiamo mai di vista questa essenziale verità».

> Leggi il discorso integrale (in inglese).

> Il discorso commentato dai quotidiani online: Corriere.it, Repubblica.itilPost.

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