La grande domanda

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Viale alberatoGentile Dottoressa B.B.,

ho appena iniziato e già una domanda s’impone alla mia attenzione: perché mai si inizia sempre con appellativi “gentili”, o “cortesi”, o peggio “egregi” (che mai vorrà dire, non l’ho mai capito…)? Forse che siete davvero tutti “gentili”, “cortesi” ed “egregi”, voi medici e ingegneri? O forse che una laurea conferisce una più elevata conoscenza del Galateo oltre che delle leggi naturali che governano la nostra sopravvivenza? D’altronde, chi mai si sognerebbe di principiare una missiva con espressioni come “Antipatico Dottore”, o “Screanzato Ingegnere”, od ancora “Disonorevole Presidente del Consiglio”… E’ dunque inevitabile adeguarmi anch’io a questa, invero paradossale, convenzione sociale che tutti ci costringe a riverenze troppo spesso immeritate da chi le riceve. Ma con questo non voglio dire che sia anche il suo caso, gentilissima dottoressa B.B.…

E’ d’uopo, altresì, ch’io m’affretti ad esporre i reali intenti di questa mia, insolitamente vergata a mano sul verso della terza pagina della sua voluminosa tesi di laurea (di cui peraltro ignoro i contenuti ed i quali neppure m’azzardo ad esplorare). E quale può essere lo scopo, nel rivolgersi a chi s’intende di psiche, e memoria, e pulsioni, e d’ogni mistero che permea l’umana ragione, se non quello di… domandare? Ma non termino questo pensiero, che, subito, il principe dei dubbi affiora dal profondo della coscienza e pretende risposta: giacché quale richiesta è maggiormente primordiale, quale domanda potrà mai precedere quella che si chiede: “Cosa domandare?”…

Ed ecco, un rigurgito ansioso di quesiti, interrogazioni, incertezze che si accalcano alle porte del mio linguaggio ed io stesso non so e non ho cuore di dare precedenza all’uno piuttosto che all’altra. Chi siamo? Dove andiamo? Perché siamo e perché andiamo? Esiste Dio?

Cosa conta più? Cosa vale, cosa merita, cosa è vano? Cosa ci aspetta, o meglio: c’è qualcosa che ci aspetta?

Orbene, mi rendo ben conto che l’intera storia millenaria delle genti non ha fornito responsi alle più ancestrali delle domande, tantomeno mi aspetto di trovarne entro le finite, seppur degne di riguardo, conoscenze di una neo-laureata in psicologia. Ma non pare scortese anche a lei chiedere al vegliardo che aspetta sotto la pensilina “a che ora c’è la corriera per Monbaroccio”, senza prima dare il passo a domande ben più nobili, che pure aspettano pazientemente il turno loro non meno di quelle più plebee? E se per un qualche accidente fosse proprio lui, il vegliardo sotto la pensilina, il detentore della risposta al senso della vita, il conoscitore profondo dell’unica verità inespressa e inesplorata? Sprecherebbe davvero una tale occasione?

Esposti, dunque, gli aneliti più alti, l’orizzonte della mia ricerca può dunque estendersi verso nuove e più quotidiane indagini, invero questioni apparentemente spicciole e di picciuol conto, se non fosse che talune celano in sé l’essenza stessa della vita umana, sì come una semplice frittata non può prescindere dall’eterno dilemma se sia nato prima l’uovo o la gallina.

Per questo mi interrogo e mi avvolgo senza tregua nel marasma del mio vivere presente e strido sulla superficie levigata degli avvenimenti, negato all’accesso del loro segreto. O forse, semplicemente, dovrei prendere atto di certi miei evidenti squilibri – gli stessi che mi portano a condurre la presente dissertazione, e mettere in conto fin d’ora la possibilità, non troppo remota, di ritrovarmi un giorno in terapia presso di lei: potrei dunque limitarmi a domande inerenti al rapporto professionale medico/paziente, quali “Se vengo con uno sdoppiamento di personalità, mi fa pagare una parcella doppia?”, o “Se ho un complesso di inferiorità, mi fa lo sconto?”. Ed ancora, tra sogni e ricordi io cerco e ricerco la giusta domanda, ma essa sfugge e non mostra che un punto interrogativo, lasciandomi ignaro di ciò che lo precede: e se poi, raggiuntala, mi accorgessi che essa stessa non contempla alcuna risposta? Così, ora, non conosco neppure il volto della mia domanda e devo cercarla a tentoni, su e giù per la coscienza, proprio nell’ora di punta…

“Chi ha creato l’universo?”… no, non è questa: è fin troppo esplicita, e nel contempo implicita, e presuppone altre risposte, come “cosa sia l’universo” e se si possa “creare” dal nulla e se questo “nulla” contenga o sia contenuto o (persino) coincida con l’universo di cui sopra…

“L’uomo discende dalla scimmia?”… neppure questa mi sembra Lei: essa chiede tutto e chiede niente, giacché, se la risposta fosse “sì”, essa stessa genererebbe domande ulteriori come “E la scimmia da chi discende?”, o “Tale discendenza costituisce un’evoluzione o un’involuzione?”…

E ancora, “Perché dobbiamo morire?”, ma questa non spiegherebbe cosa c’è dopo, tantomeno se sia la morte ad essere un “dopo” o semplicemente la vita ad essere un “prima”.

Non è “Perché il dolore?”, né “Cosa pensano le donne?”, e neppure “Arriverà il giorno in cui azzeccheranno le previsioni del tempo?”. E’ qualcosa di più, la grande domanda. Essa non chiede una cosa sola, né mille, né un miliardo, bensì tutte quante le cose insieme, unite e distinte, in perfetta relazione e conseguenza nello spazio di un tempo nullo, causa con effetto, sinonimo e contrario, diritto e rovescio. Ma è anche piccola, la grande domanda, molto piccola, estremamente piccola, insignificante ed insignificabile, al punto da rendersi indivisibile come particella elementare e, per questo, assolutamente completa: essa, microcosmico capostipite del nostro pensiero, si combina con sé stessa per generare ogni altra domanda e si torce e si agita e si sbraccia, ci tira la manica per farsi vedere ed essere finalmente espressa nella sua purezza assoluta di unicità confusa nella molteplicità, rendendo futile ogni ulteriore dubbio e dando compimento alla conoscenza. E se i nostri quesiti quotidiani non sono che infinite concatenazioni di altri quesiti – “Chi ha vinto la partita?”, “Sì ma chi ha segnato?”, “E in quali minuti?”, ecc., la grande domanda è invece infinitamente rapida perché contiene in essa la risposta ed ogni altra risposta, non concedendo, per sua natura, altre domande. Ed è semplice, la grande domanda, al punto che persino un infante senza ancora la parola potrebbe rispondervi prima ancora che la vostra voce abbia assunto il tono interrogativo. E’ lieve, è aspra, la grande domanda; è impalpabile e pesante come aria umida, densa di verità eppur povera di suono, monocorde scandita al ritmo di un’eterna espirazione, vibrante al di sotto dell’udito e del moto delle cose, tonfo viscerale che scuote il nucleo della terra e ne sconvolge orbite ed equazioni, lasciando noi a tremare con le membra mentre il cuore è fermo e si concede il giusto riposo. Perché non c’è vita oltre la grande domanda, niente più da scoprire o ricercare, reso inutile il tempo che più non sussiste senza riferimenti su cui poggiare, né futuri da esplorare, perché tutto è già “risposto”, ogni dubbio risolto, ogni cosa, ogni scopo di ogni cosa, ogni ricerca di ogni scopo di ogni cosa, tutto si concentra in un istante, ultimo, infinito multiplo di sé stesso.

Sorge, infine, la grande domanda, si staglia possente sul lume della ragione, ottenebra qualsiasi antico sapere e vanifica il tempo che resta, perfetta consunzione di esperienze passate e future, dominatrice insuperabile di conoscenze, dispensatrice omnidirezionale di verità, quattro sillabe cardinali, quattro sillabe soltanto.

E’ lei, la grande domanda, ed essa chiede: “Ma dde ché, ahó?”

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Una risposta a La grande domanda

  1. Bea ha detto:

    🙂 bella! Ma visto che la descrivi cosi’ io dire che puo’ essere anche di 3 “Ma dde che’?”

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