Dormire dopo la sveglia

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Non avendo il pollice opponibile, Fanta non è in grado di utilizzare una sveglia. Probabilmente è per questa ragione che i gatti dormono la maggior parte del tempo.

Alzi la mano chi non sa cos’è lo “snooze”! Letteralmente “sonnellino”, “pisolino” (*), lo snooze è quel pulsante di cui sono dotate praticamente tutte le moderne sveglie digitali. A quanto pare, fu inventato dalla statunitense General Electric nel 1950, per consentire al dormiente di sonnecchiare ancora un po’ prima di essere catapultato nella dura realtà quotidiana  (**).

Questo magico pulsante è entrato nella mia vita insieme con i primi pruriti adolescenziali, quando mi fu regalata la prima sveglia digitale. Era una Casio in plastica rossa fiammante, perfettamente intonata col comodino e con la tappezzeria della camera da letto. Aveva i bottoni in gomma bianca e la forma di un prisma triangolare. Il bottone più grosso era ovviamente lo snooze, perché doveva essere facile da individuare nelle prime fasi del risveglio, quando gli occhi sono ancora socchiusi e prendere la mira è più difficile. Ricordo le prime volte che ne testai la funzionalità. Anzitutto, passai tutto un pomeriggio a misurare scientificamente il tempo che intercorreva tra il primo trillo e le successive ripetizioni: sette minuti esatti, senza possibilità di modifica. Mi chiesi subito perché avessero scelto sette, e non cinque o dieci. Poi impostai la sveglia per il giorno successivo…

Quando al mattino la Casio rossa diede il suo primo trillo, io ero già sveglissimo. E’ noto, infatti, che lo stato di ansia generato da una particolare aspettativa è in grado di farci svegliare autonomamente all’ora stabilita, ovvero pochi istanti prima che scatti la sveglia. Merito certamente del nostro straordinario orologio biologico, tarato alla perfezione da madre natura. Fatto sta che, al primo trillo – a dirla tutta davvero orrendo -, pigiai prontamente il pulsante dello snooze e la sveglia tacque all’istante. A quel punto, si trattava solo di attendere i famigerati sette minuti… In quel lasso di tempo, potei constatare che sette minuti non sono né troppi, né pochi. Lasciarli passare da sveglio era piuttosto noioso, mentre a sonnecchiarli per bene si poteva trarne qualche soddisfazione.

“ti-ti-ti-ti… ti-ti-ti-ti… ti-ti-ti-ti… “, riprese improvvisamente la sveglietta rossa. Mi resi conto che il secondo trillo mi aveva colto alla sprovvista. Doveva essere perché il mio cervello non era abituato a valutare intervalli di sette minuti, e la cosa mi lasciò piacevolmente sorpreso: non c’è niente di peggio, infatti, di una sveglia che non sa tenerti sveglio. Insomma, la mia giapponesina rossa sapeva il fatto suo!

Da quella volta, il momento della sveglia mattutina cambiò per sempre, e il pulsante dello snooze divenne il mio inseparabile amico, il custode fedele dei sogni interrotti. Del resto, era così bello dormire dopo la sveglia. Quel riposo, che prima non sembrava mai abbastanza, ora appariva più pieno, più completo. Quei sette minuti di silenzio, insieme con la certezza che la sveglia non mi avrebbe comunque lasciato andare alla deriva, mi davano ogni giorno la sensazione di avere una seconda possibilità. E anche una terza, dopotutto. A volte persino una quarta. Giacché era sufficiente puntare la sveglia qualche minuto in anticipo per godersi un po’ di dormiveglia in più, quindi calcolare il numero di volte che avrei potuto premere lo snooze prima di entrare nella zona rossa, vale a dire superare il punto di non ritorno, l’ora oltre la quale sei matematicamente in ritardo. Nonostante il piacere, era fondamentale non perdere di vista l’obiettivo più importante: alzarsi dal letto in tempo per andare a scuola.

Durante i silenzi rossi della sveglia, metà del mio cervello si riappisolava, mentre l’altra metà eseguiva i calcoli necessari per determinare l’ora in base al numero di sveglie suonate. In certi casi riuscivo persino a riprendere il filo del sogno appena interrotto. Era questo un grande esercizio di fantasia, poiché, una volta uscito dalla fase “r.e.m.”, dovevo essere io a scrivere il finale. Col tempo divenni un bravo sceneggiatore di sogni: i miei preferiti erano quelli thriller, nei quali venivo inseguito per qualche motivo, e alla fine riuscivo a sfuggire ai cattivi nei modi più ingegnosi, sfruttando geniali nascondigli negli edifici che frequentavo nella vita reale: l’armadio di casa, il sottoscala della parrocchia, le toilette della scuola.

Ma si sa: qualsiasi grande scoperta, che migliori e renda più comodo il nostro stile di vita, prima o poi diventa un’abitudine. Così, quando il progresso tecnologico sembra fare passi da gigante, le “gambe” dell’Umanità sono già cresciute oltre misura, e di nuovo si sente il bisogno di allungare il “passo”.

Dopo pochi mesi di utilizzo, anche lo snooze della mia sveglietta divenne solo un fatto normale. Non di rado, perdevo il conto degli allarmi, e l’angoscia di non sapere che ora fosse mi impediva di gustarmi a dovere la pigrizia mattutina. Seguivano alzate dal letto assolutamente scoordinate, o troppo presto, o troppo tardi. In quei sette minuti di pausa non mi riusciva più di assopirmi, e la mente, non fidandosi più né di se stessa, né della sveglia, si ostinava a restar vigile anche contro la mia volontà. La possibilità di mettere in pausa la sveglia non aveva più il gusto del controllo sulla propria vita, bensì quel trillo che scattava a intervalli regolari assumeva i connotati di una tortura vera e propria, modello “privazione del sonno” nelle prigioni di Guantanamo (passatemi l’anacronismo: infatti all’epoca non si sapeva neanche cosa fosse, Guantanamo).

Finché un giorno accadde l’irreparabile. Era una mattina come tante, a scuola c’era un compito in classe, neanche troppo importante. Puntai la sveglia prima del solito, perché snooze o non snooze, stavolta non dovevo sbagliare. Dovevo garantirmi un buon margine per evitare un possibile ritardo. Il compito, di per sé, non mi dava particolari pensieri.

La Casio rossa trillò la prima volta alle ore 06:55. La mano si allungò verso la sveglia: con presa sicura l’afferrò da dietro con due dita e da davanti col pollice, posizionato esattamente sul pulsante dello snooze. In un unico gesto, senza incertezze, silenziai la suoneria senza praticamente muovere la sveglia. Tentai di rilassarmi in attesa del prossimo squillo. Non era facile tenere gli occhi chiusi, perché una leggera ansia manteneva tutti i canali di comunicazione ben attenti.

Dopo sette minuti esatti, la sveglia trillò ancora. Con la stessa rapidità e sicurezza silenziai anche stavolta e calcolai che dovevano essere le 07:02 minuti. Il punto di non ritorno era fissato alle 07:20, dopodiché non c’era più margine. I miei sensi erano sospesi come in uno stato di coma volontario. Il sonno, tuttavia, riaffiorava di tanto in tanto come una nebbia soporifera dalla superficie che separa la veglia dal dormiveglia.

Mi affannai a calcolare il numero di squilli che avrei dovuto contare fino al punto di non ritorno: “Venti meno due fa diciotto, diviso sette fa… diviso sette fa…” diventava sempre più difficile fare calcoli. Fino alle somme e alle sottrazioni ci potevo arrivare, ma una divisione richiedeva risorse mentali superiori, che erano al momento indisponibili. Quando non riuscivo a fare un conto, di solito usavo la strada dell’approssimazione, concatenando una serie assurda di operazioni più semplici, che però spesso mi allontanavano ancora di più dal risultato: “Sei per tre diciotto, sette è uno in più di sei, quindi diciotto diviso sette deve fare poco meno di tre… o poco più? Insomma, basta contare due sveglie e sono ancora in sicurezza, tre potrebbe essere troppo… comunque meglio stare sul sicuro… ne conto due… soltanto due…”. Ero davvero spossato. La sveglia suonò subito dopo. Premetti snooze. Mancava un solo trillo: quella guerra di nervi era quasi finita. “Com’è bello dormire dopo la sveglia…”, pensai chiudendo gli occhi.

La sveglia suonò ancora. Spalancai gli occhi: erano le 07:44! Che diavolo era successo? Perché la sveglia non aveva suonato? Forse lo snooze aveva fallito, saltato, mancato… ma quante volte? Non c’era tempo di calcolarlo, era troppo complesso, e poi dovevo schizzare via e presentarmi in classe: c’era il compito quella mattina! Mi fiondai fuori dal letto, scaraventando le coperte sul fondo. Mi lavai in fretta e furia, mi schiacciai solo un paio di brufoli, quelli più grossi e brutti da vedere.

Mentre ero ancora in bagno sentii un suono lontano: “ti-ti-ti-ti… ti-ti-ti-ti… ti-ti-ti-ti…”. Dannazione, ancora il maledetto snooze! Quell’infame, quel traditore, quel subdolo incantatore di serpenti. Il trillo era insopportabile, mi catapultai in camera, afferrai la sveglietta di plastica rossa e premetti con tutta la forza che avevo il pulsante “off”, facendo tacere quell’orrendo trillo robotico per sempre… o almeno fino al mattino dopo!

Passato indenne il compito in classe, ebbi tempo di riflettere sull’accaduto. Non c’era altra spiegazione, purtroppo: mi ero addormentato, la sveglia aveva suonato chissà quante volte e quanto a lungo, ma io ero troppo provato dalla battaglia per ridestarmi. Era la prova provata che lo snooze, da meravigliosa innovazione, si era trasformato in subdola dipendenza. Non potevo farne più a meno, ma neppure ne traevo beneficio.

Il mio cervello non recepiva più segnali sonori se non ripetuti almeno tre o quattro volte. Il “ti-ti-ti-ti…” mi risuonava nelle orecchie ogni volta che c’era un po’ di silenzio: poteva succedere in biblioteca, o in mezzo alla campagna, che subito mi voltavo alla ricerca di qualcosa che somigliasse ad uno snooze. Più di una volta, sull’autobus, premetti il pulsante per prenotare la discesa alla fermata sbagliata, solo perché avevo udito il tintinnare di un mazzo di chiavi nella tasca di un passeggero.

Quanto al mio bioritmo, esso era ormai scandito da intervalli di sette minuti. Non c’era più spazio per altre tabelline se non quella del sette: per me non esisteva più il “quarto d’ora”, ma i “quattordici minuti”, né la “mezz’ora”, sostituita per sempre dalla “ventottina” o “trenta meno due” o “quattro per sette ventotto”. Ancora oggi non riesco ad essere puntuale agli appuntamenti perché il sette non sta nei multipli di dieci inferiori al settanta.

A distanza di molti anni, ho imparato a convivere con la mia dipendenza. Uso ancora lo snooze, ma ho cambiato sveglia: adesso ho una Oregon Scientific blu, con un bel pulsantone lungo tutto il bordo superiore, che lo puoi schiacciare con tutto il palmo della mano. Suona ogni otto minuti. Ho ancora qualche problemino col dormiveglia, ma se mi date appuntamento alle 8:40, almeno riesco a venire puntuale.


(*) Definizione tratta da Wordreference: snooze n (nap) sonnellino, pisolino nm, dormitina nf; snooze vi (sleep, nap) dormire⇒, sonnecchiare⇒ vi – (fonte http://www.wordreference.com/enit/snooze)

(**) For many of us, there is the time we’re supposed to wake up and the time we actually wake up. The device which makes all this extra sleep time possible is called a snooze button. […] There are a number of theories about the 9 minute cycle of a snooze button. Some believe that it takes approximately ten minutes for the average person to reach what is called Stage 1 sleep, essentially a quick dozing off. In fact, the first alarm clock with a snooze button, introduced in the 1950s by General Electric, offered either a five minute or ten minute snoozing option. […] – (fonte http://www.wisegeek.org/what-is-a-snooze-button.htm)

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2 risposte a Dormire dopo la sveglia

  1. Valeria Di Filippo ha detto:

    Ora non passa mattina che, al suonare e risuonare della sveglia, io non ti pensi…

  2. Do ha detto:

    ahahah! anche io!!!

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