Racconto – Alter ego (2/3)

ritratto-in-una-sfera-escher_zoom[1]Alter ego

di Claudio Di Filippo
(2002)

SECONDA PUNTATA
(leggi la puntata precedenteleggi l’ultima puntata)

Riflessioni

Jorge entrò quasi senza salutare, sperando di essere più invisibile possibile; accampò la prima scusa che gli venne in mente per giustificare il suo ritorno anticipato e andò a stendersi sul letto, senza dare a Ether il tempo di replicare.

Verso l’una Jorge si alzò per guardare il notiziario, ma si rifiutò di consumare il pranzo dichiarando che non aveva fame; così, osservò in silenzio tutti i servizi del TG, senza ascoltarli, mentre la moglie lo fissava attonita con un misto di preoccupazione e curiosità.

Anche il pomeriggio passò presto. Jorge tornò a stendersi sul letto per riordinare le idee, ma non dormì neanche un minuto. Il suo cervello pensava, pensava e ripensava. Non c’era un pensiero particolare: semplicemente ricordava piccoli episodi della propria vita, alcuni recentissimi, oppure rivedeva sua moglie nelle faccende di casa, il lavoro, l’auto guasta dal meccanico. Ripensò persino al Natale precedente: si sforzò di ricordare uno per uno i regali ricevuti da Ether, dai nipoti, dal padre di lei, dai colleghi d’ufficio. Poi la memoria volò ai tempi del liceo, i rifiuti delle ragazze, i dispetti e le prime discussioni serie. Ogni cosa Jorge la ricordava vivida per immagini, odori e voci, ma non riusciva a recuperare una sensazione o un sentimento. Ogni immagine era una foto ingrigita, ogni voce sembrava uscire da un megafono. Dopo un paio d’ore si sentì spossato e desiderò ardentemente di dormire.

Si svegliò di colpo, nel medesimo istante in cui comprese di essersi addormentato. Guardò l’ora: erano le diciotto passate. Allora cercò di calcolare quanto tempo avesse passato a fissare il soffitto bianco e per quanto, invece, avesse dormito; ma ore e minuti si confondevano tra loro e rifiutavano di sommarsi correttamente. Così, decise di alzarsi.

Jorge trascinò sulle ciabatte il proprio corpo sfatto dall’inedia e si diresse in bagno: aveva bisogno di lavarsi il viso per scacciare l’odore d’aria consumata dalle narici. Ma quando si vide riflesso nello specchio sopra il lavabo si arrestò immediatamente. Lui era là, dall’altra parte che lo fissava. Anche il suo viso appariva stanco e scarmigliato, ma uno sguardo penetrante emergeva dagli occhi infossati. Jorge avvicinò la mano al vetro e l’altro fece lo stesso. Le loro dita poggiarono le une contro le altre, ma il freddo cristallo che le separava impediva ogni reale contatto fisico.

– Io lo so cosa sei… – disse Jorge a bassa voce.

– Tu sei un poveraccio come me, un poveraccio che ha capito… Siamo due poveracci, noi, condannati ad essere identici… tutti i nostri gesti, per quanto imprevedibili, sono condannati ad essere uguali ed opposti. Ma noi adesso pensiamo di aver capito…

Si fermò un istante, poi riprese – Oppure siamo entrambi pazzi: in ogni caso siamo uguali, non trovi? – Rise nervosamente.

– Lo capisco da come mi guardi: anche tu sospetti, forse ne sei certo, chissà…

Avvicinò il volto allo specchio e sussurrò – Forse hai qualche prova in più di me? Mostramela, ti prego… dimmi ciò che pensi!

Aveva assunto un tono di sfida; si sentì come Pilato che chiede a Gesù “Sei tu il re dei Giudei?”.

– Tu lo sai chi è stato, vero? Perché non puoi dirmelo? E’ questo vetro che non mi fa sentire quello che stai dicendo… Un momento! Forse neppure tu puoi sentirmi. – si rassegnò Jorge.

“Che sciocco, sono!” pensò “Non occorre sentirsi, visto che può dire solo le stesse cose che dico io… e allo stesso tempo, per giunta! Ascoltare me stesso che parlo è come ascoltare lui!”

Guardò in basso, verso i bordi dello specchio. “E’ solo una cornice,” pensò, “una cornice che separa due mondi! Ma il confine sembra sottile, lo vedo da come sono vicini i nostri polpastrelli!”

– PUOI SENTIRMI, ADESSO? – urlò improvvisamente allo specchio.

Ether spalancò la porta del bagno.

– Jorge! Caro sono qui! – esclamò con voce affannata, – Che ti salta in mente di chiamarmi a quel modo! Mi fai prendere uno spavento!

Ether sembrava sconvolta e gli si gettò al collo con le lacrime agli occhi.

~o~

Camomilla per cena

Jorge impiegò una buona mezz’ora per spiegare quell’urlo a Ether. Durante il rapido viaggio di ritorno dal lavoro la sua scoperta gli era sembrata così lampante, ma di fronte alla moglie non riusciva a mettere insieme un resoconto razionale di ciò che aveva sperimentato.

Le parole gli sfuggivano via come se si rifiutassero di seguire la logica del racconto, mentre Ether ascoltava sbigottita i farfugliamenti del marito.

Alla fine Jorge era tutto sudato e ansimante, né più né meno di quando si era precipitato a casa la mattina. Sua moglie, la sua cara e affettuosa mogliettina, lo fissava con gli occhi sbarrati; pareva già chiedersi chi fosse meglio chiamare: se il dottor Monroe o direttamente il manicomio.

Seguì un lungo silenzio imbarazzato, durante il quale entrambi desiderarono che il partner dicesse qualcosa di rassicurante. Probabilmente Ether sperava che il marito dicesse “Ma no, cara, è che al lavoro ci sono stati dei problemi, ho avuto un piccolo esaurimento…”. Dopo tre anni di matrimonio solidissimo e di vita agiata, nessuna donna vorrebbe scoprire che il proprio marito comincia ad avere problemi sul lavoro, ma di certo era preferibile all’ipotesi che Jorge fosse pazzo.

Lui, a sua volta, attese che la moglie esclamasse “Ma sì, sono cose che succedono!” e via a raccontargli del cognato della sua migliore amica che aveva avuto lo stesso problema e che con un po’ di riposo era tornato come prima.

All’improvviso, Jorge realizzò tutto d’un colpo quanto fosse assurda quella situazione.

– Cara! – esordì, in modo talmente risoluto da stupire anche sé stesso, – Scusami! Perdonami! E’ stato un attimo di stanchezza, forse il super lavoro di questi giorni, non so… – disse sapendo di mentire, poiché il lavoro non era mai stato leggero come in quel periodo.

– E’ sicuramente lo stress; capita spesso, sai? Accidenti, al telegiornale ne parlano tutti i giorni! – disse ad alta voce per dare più convinzione alle sue affermazioni. Ma un debole – … non è vero, cara? – rivelò che stava tentando di convincere sé stesso, più che la compagna.

Ether si limitò ad annuire e poi ad accennare un pallido sorriso. Era ancora spaventata e dubbiosa, ma sicura che suo marito si rendeva conto che c’era un problema. Un grosso problema.

– Ti preparo una camomilla, vuoi? – chiese lei con un filo di voce. Non che una camomilla fosse quello di cui Jorge aveva bisogno in quel momento, ma Ether sentiva la necessità di distogliere lo sguardo dalla faccia del marito, impegnando mani e cervello in un qualsiasi diversivo.

L’uomo rimase seduto, con un braccio appoggiato sul tavolo, fissando la gonna di Ether ondeggiante sopra le caviglie. Era azzurra, in tinta unita, ma con un aspetto leggermente sbiadito, come consumato dal tempo. Si accorse che era semplicemente un tessuto di jeans leggero, una gonna che Ether indossava quando erano ancora giovani fidanzati e lui la passava a prendere la domenica mattina per la solita scampagnata con gli amici. Lei era l’unica che portasse la gonna e questo la rendeva più femminile agli occhi di Jorge.

Poi il suo sguardo si posò sul ripiano da lavoro della cucina; Ether vi accumulava gli oggetti necessari con una calma e una precisione che tradivano lo sforzo di allontanare la preoccupazione. Le sue dita aprirono con un rapido gesto la scatola della camomilla e ne estrassero un filtro di carta bianca. Poi la scatola venne riposta nella dispensa, mentre la mano sinistra già correva verso lo scaffale delle tazze da colazione. Da esso Ether prelevò un piattino ed una tazza, posando prima l’uno, poi l’altro, senza neanche guardare: i suoi occhi cercavano già la teiera di metallo e dopo un istante la mano destra la impugnava saldamente per il manico.

Jorge la guardò dirigersi al lavello ed aprire il rubinetto. Notò che non aprì quello dell’acqua calda, come invece faceva di solito per risparmiare tempo al fornello. L’acqua fredda uscì con uno scroscio improvviso e fu il primo rumore importante dopo molti minuti di quiete. Fino ad allora i movimenti di Ether erano stati accompagnati solo da fruscii di tessuti e tintinnii leggerissimi di stoviglie da cucina. Quello scroscio fu per Jorge come una sveglia.

– Perché non hai usato l’acqua calda, come al solito? – sussurrò.

– Ho sbagliato, ecco tutto… – rispose la donna, ma le sue dita si posizionarono da sole, come in un gesto automatico, sotto l’acqua corrente per controllarne il variare della temperatura. Ben presto si rese conto che il getto non sarebbe mai diventato più caldo; semmai l’acqua avrebbe potuto diventare più fresca.

Jorge fissò Ether con un’espressione interrogativa. Ether, a sua volta, si sentì terribilmente imbarazzata per quella semplice gaffe; si accorse che ogni suo movimento era diventato oggetto di studio da parte di suo marito e la sua domanda, poco prima, aveva il sapore di un’insinuazione. Quale fosse, però, non lo capiva.

Finalmente riempì la teiera e la pose sul fornello. Mentre lo accendeva pensò “Adesso che cosa faccio? Mi tocca aspettare che bollisca… Stupida, perché non l’hai riempita d’acqua calda? Sarebbe stato tutto più breve! Non voglio guardarlo di nuovo negli occhi… ho paura… ho paura di lui… e perché non riesco a capire cosa diavolo sta succedendo?”.

La gelida nebbia autunnale che quella mattina ammantava la città pareva penetrare dalle finestre fin dentro la stanza. Ether la sentiva avvolgersi attorno alle braccia e alle caviglie scoperte, la sentiva nascondere i mobili e depositarsi sul pavimento in forma di rugiada. Per un attimo ebbe l’impressione di scivolare sulle mattonelle umide.

Ether si scosse ed inspirò profondamente, poi si voltò verso il marito: voleva dire qualcosa che subito dimenticò. Jorge la fissava ancora con quel volto dubbioso, un punto interrogativo stampato negli occhi sbarrati, nella bocca seriosa, nelle sopracciglia inarcate. Allora lei ebbe paura e il suo viso abbandonò ogni sfumatura rosata, virando repentinamente verso un bianco latteo.

Si voltò verso il fornello in preda ad un terrore che nemmeno lei sapeva spiegarsi, come quello che provava quando il padre la scoprì a fumare di nascosto, o come quando la maestra la scorgeva intenta a copiare il compito in classe. Un terrore infantile, forse misto a vergogna, come se Jorge le stesse rimproverando un silenzio colpevole.

Ether cercò di mascherare il disagio muovendosi verso la dispensa e aprendola con la mano tremante. Poi girò il volto lateralmente, ma non abbastanza da guardare Jorge, e balbettò:

– Z-zucchero?

Attese invano la risposta per pochi secondi, poi estrasse ugualmente il barattolo e lo posò sul tavolo. Dopo un attimo di esitazione, dalla stessa credenza prese nuovamente la scatola dei filtri e ne prelevò un secondo: adesso sì che serviva la camomilla, ma era Ether ad averne bisogno…

Quella sera i due andarono a dormire separati. Jorge sul divano della sala ed Ether sul letto matrimoniale.

Non ci fu bisogno di mettersi d’accordo. Dopo l’episodio del pomeriggio, marito e moglie non si erano più rivolti la parola e dopo poco Ether aveva timidamente dichiarato che si sentiva poco bene e che sarebbe andata subito a letto. Passati una quindicina di minuti, anche Jorge si alzò, uscì dalla cucina e andò a sdraiarsi sul divano, deciso ad addormentarsi davanti alla TV.

I fotogrammi ingialliti di un vecchio western gli passarono davanti, indistinti come gocce in un rigagnolo d’acqua piovana, del quale, al massimo, si può ammirare l’instancabile coerenza con sé stesso nello scorrere sempre uguale dentro la canaletta. L’audio a volume basso sembrava un vocio di fogliame e spari lontani, mentre zoccoli di cavalli tamburellavano come dita sul bracciolo del sedile di un treno. Le dita tamburellano nervosamente, lo sguardo segue dal finestrino un paesaggio che fluisce veloce e uniforme, ma non c’è tempo di soffermarsi su quella casa o su quel prato popolato di mucche.

Tutto passa, pensava Jorge, senza che si possa percepire neanche la metà di ciò che esiste; non c’è il tempo di pensare, tantomeno di osservare, e forse, insieme con i particolari, va perduto il vero sapore della vita. “Così, un bel giorno ti svegli e scopri che dall’altra parte dello specchio c’è un intero universo parallelo.”

Assorto in quei pensieri si assopì e il suo sonno fu molto agitato.

~o~

Ossessioni allo specchio

Il mattino seguente Jorge si destò molto prima di sua moglie, complice il sole che invadeva la sala con le tapparelle alzate. La sera prima nessuno aveva pensato ad abbassarle. Così, Jorge si alzò dal divano, e sentì nel suo corpo tutte le conseguenze della scomoda postura cui si era costretto. I muscoli gli dolevano ad ogni movimento e si rese conto che non si era praticamente mai voltato, quella notte: d’altronde non avrebbe potuto, visto l’ingombro dello schienale.

Si sentiva meglio della sera precedente, ma rammentava il motivo che lo aveva spinto a dormire in salotto e subito il suo viso si rabbuiò di nuovo. A breve avrebbe dovuto affrontare nuovamente sua moglie e Jorge non aveva idea di come risolvere la situazione. Di certo non voleva chiamare un medico e passare per matto, ma neanche poteva rimettersi a raccontare delle sue visioni come se nulla fosse. Allora decise che, finché sarebbe stato possibile, avrebbe fatto finta di niente, sperando che anche Ether si comportasse allo stesso modo.

Si fece coraggio e andò verso il bagno attraversando l’anticamera che dava sulla camera da letto. Appena entrato si chiuse dentro a chiave, girandola con la massima delicatezza possibile per evitare a Ether il benché minimo stimolo a svegliarsi e ritardare, quindi, l’incontro con lei.

Si ritrovò faccia a faccia con lo specchio, il volto tumefatto dal sonno e la stessa espressione ridicola della mattina precedente: stavolta, però, Jorge non aveva alcuna voglia di ridere. Cominciò a girare la testa a destra e a sinistra, come per guardarsi bene da ogni angolazione e controllare che fosse tutto a posto. Si accarezzò il mento e sentì che la barba era cresciuta più del solito. Poi si guardò dritto negli occhi.

– Sei sconvolto anche tu, vero? – disse improvvisamente con la voce bassa – Scommetto che ieri sera hai litigato con tua moglie… Anch’io, sai? O meglio, non è che abbiamo litigato: diciamo che l’ho un po’ spaventata per via delle mie… strane fantasie.

– Ma io e te – riprese dopo una pausa – lo sappiamo che non sono fantasie, giusto? Te lo leggo negli occhi, che poi sono uguali ai miei. Solo che io ci vedo meno dal sinistro e tu ci vedi meno dal destro… – e dicendo questo sorrise e si compiacque di non aver perso l’umorismo di sempre.

Con quel sorriso sulle labbra Jorge distolse lo sguardo dallo specchio e la sua mano aprì di botto il rubinetto. Tuffò più volte il viso nell’acqua usando le palme unite delle mani e si asciugò in tutta fretta con l’asciugamano. Per distrazione usò quello della moglie.

“Che strano,” pensò, “qui va tutto alla rovescia rispetto all’altro lato: ci vuol poco a scambiare la destra con la sinistra. Chissà come mi troverei oltre lo specchio… Mi sembrerebbe di avere una casa diversa, anche se semplicemente speculare. Una città diversa, un panorama diverso; potrebbe essere divertente! Chissà se c’è un modo?”.

Poi, mentre girava la chiave nella toppa con la stessa cautela di quando era entrato, gli venne da pensare: “Avrei giusto qualche difficoltà a leggere il giornale…”. A quel pensiero rise tra sé e capì che, dopotutto, la stava prendendo bene.

Uscito dal bagno si arrestò di fronte alla camera da letto. Nella penombra scorgeva la sagoma della moglie sotto le calde coperte di lana. Dormiva ancora profondamente e Jorge rimase a lungo ad osservarla, cercando di percepire il lievissimo, ritmico sollevarsi e abbassarsi delle coltri. Dalle tapparelle filtrava qualche raggio grigio del pallido sole d’autunno, disegnando chiazze di luce sulle tende.

Jorge restò immobile e senza pensieri, come ipnotizzato dalla quiete ovattata di quella stanza; dopo le tensioni della sera prima desiderava che l’impercettibile ondeggiare di coperte non cessasse mai e sua moglie dormisse per sempre. L’amava ancora molto e non voleva ferirla o spaventarla più di quanto avesse già fatto.

“Dormi, Ether…” disse tra sé e sé, “continua a sognare… un sogno dove tutto sia come prima e dove tuo marito non sia diventato pazzo tutto d’un colpo…”

Ad un tratto quei teneri pensieri svanirono e la strana sensazione del giorno precedente tornò a galla, sgradevole come un cadavere in un fiabesco lago fatato. Un sospetto, un dubbio, un timore; Jorge stesso, al momento, non seppe saggiarne la consistenza, ma di certo era… solo una coincidenza, una stranezza da nulla: una di quelle cose che ti turbano solo se sei in un certo stato d’animo e che in altri frangenti nemmeno prenderesti considerazione. Una bazzecola, certo, un’incongruenza come tante nella vita, eppure… eppure era lì sotto i suoi occhi: Ether dormiva dalla parte sbagliata del letto!

Alla mente di Jorge ritornarono quelle volte che da piccolo andava a sonnecchiare sul lettone di mamma e papà, nel pomeriggio; come godeva di tutto quello spazio, dello stare distesi a braccia aperte, anche di traverso rispetto ai due materassi. Allora gli pareva di essere un pascià in un harem e il letto matrimoniale diventava un pavimento coperto di morbidi cuscini e veli multicolori. Da sposato, però, ci dormiva con sua moglie su quelle due piazze, lei a sinistra e lui a destra: sempre lo stesso lato da tre anni. Perché mai Ether avrebbe dovuto cambiare proprio quella notte?

L’uomo si sforzò di scacciare via quel dubbio, cercando di vederlo come un fatto privo d’importanza, ma a nulla valeva ogni suo tentativo. Ricordò anche il particolare del rubinetto scambiato; era chiaro, ormai, che se la storia dello specchio aveva un fondamento, il comportamento di Ether si prestava a qualche sospetto.

Quel ragionamento corrugò la fronte di Jorge e lui sentì rinascere dentro di sé lo stesso spirito indagatore che caratterizzava suoi giochi infantili.

In quello stesso istante Ether si mosse, estraendo le lunghe braccia snelle da sotto le coperte. Jorge non attese di essere visto e sgattaiolò via dall’anticamera: non voleva essere colto alla sprovvista da un banale “Buongiorno caro, va meglio oggi?”. Era lui a dover prendere in mano la situazione, lui a fare le domande, lui a pilotare il prossimo scontro. E per questo era Jorge a dover stare comodo; lei sarebbe entrata nella stanza (la cucina, sì!) e avrebbe trovato lui seduto ad aspettarla con il volto serio e deciso.

Andò subito in cucina e si sedette al tavolo. Calcolò che avrebbe avuto due, forse tre minuti, prima che la moglie lo raggiungesse. Così cercò la posizione più comoda per farsi trovare, magari con un quotidiano sotto gli occhi, tanto per sembrare più disinvolto. Afferrò il primo giornale che trovò nella cesta della carta da riciclare.

Sentiva la stessa eccitazione del giorno prima. L’importante, comunque, era assumere un aspetto autorevole e serioso, non certo da pazzo. Perché Jorge era ben convinto di non essere ammattito. Doveva solo dar modo anche a Ether di fugare ogni dubbio.

Nel frattempo, oltre l’anticamera si udiva il ciabattare stanco e trascinato di lei, la porta del bagno che si chiudeva, il water, l’acqua corrente nel lavandino. Di tanto in tanto era percettibile qualche sospiro di Ether che esaminava le proprie occhiaie allo specchio.

D’improvviso la porta del bagno si riaprì, preceduta dal forte rumore di un giro di chiave. Jorge comprese che di lì a poco avrebbe affrontato sua moglie e un brivido di malessere s’impossessò di lui.

(leggi la puntata precedente – leggi l’ultima puntata)

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Brontolii, I racconti, Scrivere e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia il tuo Commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...