Racconto – L’indomani

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desertL’indomani (Il nuovo giorno) di Claudio Di Filippo (1997)

Un tiepido raggio di sole gli solleticò il viso e attraverso le palpebre filtrò una luce arancione intenso. Bird adorava quel momento di quiete in cui continuava a sonnecchiare nella penombra della stanza, mentre i suoi occhi giocavano a nascondino con i bagliori solari, per svegliarsi il più dolcemente possibile. Bird era una di quelle persone a cui, per essere felici, bastava constatare ogni mattina che il sole era di nuovo lassù, in cielo, a fare il suo lavoro, come faceva da milioni di anni senza mai perdere un appuntamento.

Si alzò dieci minuti dopo essersi svegliato e si accorse subito di un gran languore allo stomaco. Gli sembrava di non mangiare da giorni. Ancora prima di passare in bagno andò in cucina per vedere di calmare quella fame inaspettata, ma quando aprì il frigo si rese conto che non c’era rimasto poi molto con cui fare colazione. Si sarebbe anche accontentato di quello spicchio di pizza avanzato la sera prima, ma, probabilmente, quella notte sua figlia Kyria era rientrata molto tardi dalla festa di Liz e le era venuta fame. Bird prese allora un pezzo di pane e ci spalmò un velo di marmellata di fichi; senza burro, però, dato che era finito anche quello.

Si sedette vicino al video-quadro, per vedere se avesse ricominciato a funzionare. Non che ci capisse qualcosa di elettronica, ma tentare di aggiustare a pugni quel televisore era diventato il suo passatempo preferito. Eppoi lui, la TV, nemmeno la guardava più: trasmetteva programmi così idioti che glien’era da tempo passata la voglia.

Tornando in camera passò davanti alla stanza chiusa di Kyria; da sotto la porta non filtrava alcuna luce, il che voleva dire che la ragazza stava ancora dormendo. Bird sorrise pensando per un attimo alla faccia stralunata di sua figlia, la mattina appena sveglia, così comica quando si innervosiva se mancava il latte per la colazione.

Pensò che era meglio andare a fare un po’ di spesa per riempire quel frigo, più desolato del deserto di pietre e cespugli che lo separava dalla città e se ne uscì nel cortile dov’era parcheggiata l’auto. Sulla plancia l’indicatore dei serbatoi segnava rosso. A Bird scocciava sempre un po’ quando Kyria prendeva l’auto senza dirglielo, soprattutto perché, per rifare il pieno, ci volevano dieci minuti buoni. Portò il mezzo verso i pannelli solari, sul retro della casa, e rimase qualche istante a guardare quella specie di cassone in cui avveniva l’idrolisi; dopo un lungo sospiro con gli occhi rivolti verso la finestra chiusa di sua figlia, impugnò la bocchetta del tubo H2/O2 e cominciò a riempire i serbatoi.

Un quarto d’ora dopo Bird era in strada, con gli occhiali scuri che, come al solito, non bastavano a proteggerlo dal sole basso e accecante del mattino, lo stesso sole da cui tanto amava essere svegliato. Faticava a vedere la strada e decise di prendere la via più lunga girando in direzione Nord/Est al bivio per Sand-Lake. Ci avrebbe messo una decina di minuti in più, ma almeno avrebbe evitato il sole in faccia.

Ora Bird poteva tenere almeno gli occhi aperti anche se i riflessi dei sassi lucidi lo abbagliavano di tanto in tanto. Non era ancora abituato al silenzio del deserto e gli faceva piacere ascoltare il tremolio degli oggetti contenuti nel cassettino del cruscotto. Quello sbatacchiare era come una vocina monotona e incessante che gli faceva compagnia: amava sentirla blaterare di chissà quali banali questioni, dei problemi che tutti i giorni devono affrontare un mazzo di chiavi, una torcia ed alcuni bulloni del porta-pacchi.

Quel monologo diventava sempre più forte e concitato man mano che la strada si faceva più sconnessa, finché non fu interrotto bruscamente da un sussulto più forte degli altri che scosse tutta la vettura. Bird fu costretto a rallentare di colpo, accorgendosi che la strada era letteralmente disastrata e la macchina stava saltellando da una buca all’altra. Si arrestò in mezzo alla corsia e scese a controllare.

L’asfalto era tutto deformato e piegato; in alcuni punti sembrava addirittura squagliato. C’erano strane gobbe quasi semi sferiche, alcune aperte sulla sommità, come bolle di lava sul punto di esplodere. Grandi crepe si aprivano come ferite al centro della strada e una strana polvere nera formava una patina uniforme sulla superficie. Fu distogliendo lo sguardo da quello scempio che Bird si accorse di una cosa ben più incredibile.

Sand-Lake iniziava solo poche centinaia di metri davanti a lui, ma la costruzione più alta che vide non doveva superare i due metri. Il paese era ridotto ad un cumulo di macerie nere ed informi, pali piegati, auto accartocciate e scaraventate contro muri, i pochi alberi carbonizzati.

Bird rimase a guardare da lontano per alcuni minuti che dovettero sembrargli eterni: si sforzava di vedere ciò che non c’era più, di riconoscere delle figure umane affacciate alle finestre, di convincersi che quelle stesse finestre non erano squarci nei muri diroccati. Se ne stava immobile, in piedi, senza accorgersi che stava calpestando il cartello che segnalava la località. Su di esso si leggeva ancora, in caratteri sbiaditi: “Welcome to Sand-Lake: please do not swim the desert!”.

Bird inforcò di nuovo gli occhiali scuri e montò in macchina. Procedette lentamente e con cautela attraverso la città, stando attento alle condizioni della strada, stranamente preoccupato per la sorte delle sospensioni dell’auto. Le macerie che scorrevano attorno a lui parevano di nuovo case, giardini, negozi. C’era Marthagh che puliva la soglia del suo bar, Edna, affacciata al suo balcone, Legrand, nella sua officina. Ma quando uscì dal paese gli venivano le lacrime agli occhi, senza sapere perché; o meglio, senza volerlo sapere.

Accade che un uomo non voglia credere all’evidenza di un fatto solo perché gli appare inspiegabile: anche toccandola con mano continua a non accettarla. Questo Bird lo sapeva e ciò lo rese di colpo consapevole. Quell’insensata realtà, quella distruzione priva di qualsiasi motivo logico o razionale era proprio vera e la sua concretezza gli balzò subito alla mente, con l’impeto di una bestia feroce che si scaglia contro una vittima inerme; ma per quanto si sforzasse di ricacciarla indietro, quella visione di morte lo opprimeva col suo peso insostenibile.

Continuò a guidare senza vedere dove andava, quasi automaticamente, pervaso da un’angoscia incontenibile che gli voleva sfondare il petto e lo stomaco. Gli dolevano gli occhi, quasi premessero per schizzare fuori dalle orbite e correre verso la grande città, a vedere se anche lì fosse tutto distrutto. Eppure era chiaro che l’atomica doveva essere esplosa sopra la città, mentre il calore e l’onda d’urto avevano successivamente raggiunto e raso al suolo anche Sand-Lake.

Ormai la strada non c’era più e Bird vedeva attorno a lui solo pietre semi fuse, imprigionate nella sabbia vetrificata del deserto. Con le braccia irrigidite girò il volante, e diresse l’auto verso casa.

Accelerò a fondo noncurante dei sussulti della macchina. Ora il traballare degli oggetti nel cassettino era diventato un martellamento insopportabile e penetrante. Voleva allontanarsi da lì il più velocemente possibile, tornare a casa, nella sua stanza, poter chiudere gli occhi. Il rumore dei sobbalzi copriva il silenzio di quei luoghi resi ancora più desolati e Bird contraeva i muscoli del viso e della fronte per trattenere il pianto, rifiutandosi persino di respirare. Arrivò a casa con la testa che gli scoppiava per le vertigini, mentre il corpo, come dotato di volontà propria, incespicava verso la porta di casa, allo stesso modo di un bambino che cerchi di camminare da solo per la prima volta senza una mano che lo guidi e lo sorregga. Bird si trascinò dentro, nel corridoio all’ingresso, poi nella sua camera, con le tendine ancora tirate giù.

Si adagiò sul letto premendosi colle mani il cuscino sul viso e i suoi singhiozzi risuonavano nella stanza vuota di Kyria, la quale non era mai tornata da quella festa.

~o~

Al mattino, Bird si svegliò un po’ più tardi del solito, perché il cielo era grigio e nuvoloso e dalle tendine passava una luce triste e smorta. Sentì una gran fame che gli impediva di rimanere a letto per poltrire ancora un poco.

Così, si alzò di malavoglia e se ne andò in cucina per calmare quel languore così insistente.

Nel frigo non c’era rimasto poi molto; eppure avrebbe giurato che la sera prima fosse avanzato un bello spicchio di pizza ai peperoni. Probabilmente sua figlia non aveva mangiato abbastanza alla festa di Liz e aveva fatto uno spuntino durante la notte; non era comunque il caso di svegliarla per quella sciocchezza.

Dopotutto, per essere felice, a Bird bastava che il sole sorgesse puntuale ogni mattina e la certezza che ad ogni notte segue sempre un nuovo giorno.

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