Racconto – Capolinea! (2/3)

coatchCapolinea!

di Claudio Di Filippo
(2000)

SECONDA PUNTATA
(leggi la puntata precedente – leggi l’ultima puntata)

Sasha stava per guizzare in avanti con l’unico desiderio di saltar giù e correre a più non posso.

Ma, all’ultimo, decisivo istante, scorse qualcosa: due piedi salivano gli scalini! Qualcuno gli bloccava l’uscita! O forse sarebbe riuscito a evitarlo… Ma fuggire voleva dire tradirsi e se avesse fallito… Scattare doveva! Tentare, almeno!

Troppo tardi: le porte si richiusero e lui era ancora nell’autobus, incredulo e stordito.

Quel catastrofico imprevisto aveva sconvolto ogni piano e il povero Sasha sentì la tensione soffiar via dalle punte delle dita, come denso vapore da una pentola scoperchiata.

Ebbe l’orrenda sensazione di essere più nudo e indifeso di prima e si rannicchiò di nuovo nel suo angolo, chiudendo il cappotto falda su falda. Ora era definitivamente perduto, volata via l’unica speranza di salvezza. Voleva piangere, ma non poteva tradirsi. Allora si nascose dietro al bavero della giacca, come se coprirsi gli occhi bastasse a non essere visto.

“Sei contento, adesso?” pensò Sasha rivolto al compagno di viaggio “Ho fallito! Non posso più sfuggirti dunque, ma lotterò! Voglio che tu lo sappia: non sarò una preda silenziosa… Strillerò! Oh se strillerò! Puoi sgozzarmi come un maiale, se vuoi, e allora come un maiale scalcerò e urlerò! Vuoi provare, maledetto? Non voglio morire così… ti odio…”.

Mentre pensava, Sasha sgranava gli occhi e ansimava come un condannato sul patibolo. Gli occhi, prima lucidi di paura e determinazione, adesso sputavano odio disperato su quegli occhiali neri, nello sforzo inutile di perforarne le lenti e ferire almeno nell’anima il suo nemico. Questi, invece, era sempre rimasto seduto composto, assolutamente indifferente con la bella cravatta a righe, i polsini bianchi e la ventiquattrore nera sulle ginocchia.

Una voce sommessa e lontana richiamò Sasha alla realtà:

– Biglietto o abbonamento… – chiese l’uomo che era appena salito, chinato sulla signora con la spesa.

“Il controllore!” pensò immediatamente Sasha, “E’ lui che è appena salito, certo… ma, che diamine, è un pubblico ufficiale! Mi aiuterà! Deve farlo! Dio mio, fa che mi aiuti!”. Gli occhi gli brillavano di nuovo, aggrappandosi a quella nuova, flebile speranza.

– Biglietto, tessera o abbonamento… – disse grigiamente il controllore alla giovane filippina. Gli scossoni dell’autobus lo facevano barcollare, ma lui restava saldamente in piedi senza perdere l’equilibrio.

Sasha, intanto, osservò con più attenzione l’uomo in cravatta: era abbastanza giovane, fra i trenta e quaranta. I capelli scuri erano ben pettinati con la riga a destra, i lineamenti squadrati e il naso dritto e solido: l’espressione gelida ed efficiente, come si conviene ad un killer che si rispetti. Il controllore, intanto, gli si era avvicinato e la sua sciatta uniforme si rifletteva su quegli occhiali scuri.

– Biglietto o abbonamento, signore… – disse.

L’uomo si portò la mano al petto e la infilò nella giacca. Sasha si irrigidì per un istante, con gli occhi fissi su quella mano nascosta che forse impugnava una pistola. Ma la mano estrasse un’innocua tesserina colorata e la porse al controllore. Questi la guardò da vicino, ondeggiando sulle gambe per contrastare i sussulti del pavimento. Poi restituì la tessera e andò verso Sasha.

Era fatta! Non c’era più nulla da temere, l’avrebbe aiutato, senza dubbio! Non potevano ammazzarlo di fronte a quei testimoni, non potevano! Sasha non era più solo, adesso: era protetto!

Il controllore disse soltanto: – Biglietto o abbonamento… -, e Sasha, improvvisamente, non seppe cosa dire.

– Io… non… – balbettò.

Voleva chiedere aiuto, supplicare protezione, ma come giustificarsi? Non poteva certo spiegare a un controllore di autobus che lui era stato testimone di un omicidio e che l’uomo sedutogli di fronte voleva ucciderlo per conto dei mandanti; non poteva certo chiedere di fare una multa al killer per distrarlo… Si rendeva conto che non c’era modo di farsi aiutare.

– Signore! Mi ascolta? -, ma Sasha continuava a balbettare a bocca aperta.

Il controllore, senza mutare espressione, si chinò verso Sasha e diede una discreta annusata: – Non è ubriaco… vero?

Il poveretto, in preda al panico, non riusciva a proferire parola e si disperava per quella sciocca impotenza. Eppure quella divisa era l’unica cosa amica che si muoveva dentro l’autobus.

– E’ provvisto di un qualche titolo di viaggio o no? – insistette il controllore, l’espressione sempre cinerea, ma più severa. Infine si spazientì.

– Favorisca i documenti, per favore!

Sasha, finalmente, si riscosse e prese i documenti dalla tasca dei pantaloni; il controllore glieli tolse dalle mani con fare seccato e li esaminò. Sasha, dal canto suo, cominciò a innervosirsi, giacché l’ufficiale indugiava sui documenti.

Il motore rantolava penosamente spingendo l’autobus tra i viottoli del centro e arrancava non appena incontrava un lieve pendio. Le frequenti buche scuotevano tutte le pareti e facevano vibrare violentemente i finestrini, tanto da chiedersi come potevano resistere per anni a quel trattamento quotidiano.

Il controllore lesse ad alta voce: – Signor Sasha Bregovitch… di origini slave, mi par di capire! – aggiunse con espressione interessata. Sasha impallidì.

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