Racconto – Capolinea! (1/3)

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coatchCapolinea!

di Claudio Di Filippo
(2000)

PRIMA PUNTATA
(leggi la puntata successiva)

L’autobus sembrava non arrivare mai. Ogni fermata era per Sasha un sobbalzo nel corpo e un brivido nel cuore. Le porte a soffietto si aprivano con un sibilo pneumatico e salivano ora una casalinga con la spesa, ora un vecchietto barcollante sul bastone, ora due giovanotti sdruciti e trasandati. Sasha, seduto in fondo, li guardava uno per uno con gli occhietti infossati e ne seguiva con apprensione i movimenti, fino a che non si sedevano.

Poi, il mezzo ripartiva con uno strappo, le porte ancora semiaperte, e accelerava, accelerava, con lentezza esasperante. Quando finalmente sembrava aver acquistato velocità, frenava nuovamente e riapriva le porte.

Sasha rannicchiò il corpo esile nel cappotto troppo grande. L’ometto poteva sentire l’angoscia crescere dentro di sé come la nausea da mal d’auto, ma non poteva farci niente. Non c’erano medicine o respiri profondi che lo sollevassero: aveva un gran voglia di vomitare, ma lo stomaco era contratto in uno spasmo interminabile.

Intanto, la vettura procedeva a stento negli stretti saliscendi del quartiere, zig-zagando pesantemente per evitare le auto parcheggiate in doppia fila. Sasha si lasciava sbatacchiare bruscamente tra lo schienale e il finestrino, cercando tra i grigi palazzi la sua fermata. Ma nulla gli sembrava più familiare, tutto sconosciuto e ostile; gli alberi grigi, le auto, i pali della luce passavano e lo osservavano, inquietanti nella penombra del crepuscolo cittadino.

All’improvviso, il grosso mezzo pubblico compì una stretta curva a destra e tutti i passeggeri subirono all’unisono lo scossone, ondeggiando stancamente da una parte all’altra. Sasha si domandò quale forza invisibile trattenesse quelle carcasse dal cadere giù dai sedili.

Mentre il pover’uomo pensava, l’autobus si arrestò di nuovo, accompagnato dal lamento dei freni, e le porte si spalancarono incespicando sulle giunture. Sasha rimase col fiato sospeso ad osservare l’entrata dai sedili posteriori. Un signore distinto salì gli scalini.

La vettura sussultò ancora nel ripartire, ma, stavolta, Sasha lo percepì come un sussulto del proprio cuore e fissò con sospetto il nuovo passeggero. Questi si accomodò su un sedile poco distante, rivolto proprio verso Sasha, il quale, impallidito, distolse immediatamente lo sguardo.

Il nuovo arrivato aveva gli occhiali da sole e il mento rasato di fresco, un bel vestito scuro con tanto di cravatta e polsini inamidati. Dalla ventiquattrore che teneva sulle ginocchia si sarebbe detto un normale impiegato, magari di banca o di agenzia, ma Sasha non credeva mai alle apparenze. Che ci faceva un tipo così su uno squallido autobus? Perché non aveva preso un taxi come gli altri signori eleganti del centro? Cosa c’era nella valigetta? Documenti? Una pistola? Magari un più discreto coltello…

Il povero Sasha si avvolse ancor più stretto nel cappotto, come se questo potesse difenderlo, e si tormentava il mento con le mani, sfregando il palmo sulla barba incolta. Gli occhi spiritati cercavano spasmodicamente una via d’uscita e, di tanto in tanto, gettavano lo sguardo sul signore ben vestito. Quest’ultimo restava imperturbabile, ciondolando ad ogni curva e guardando chissà dove da dietro quegli occhiali scuri.

“Forse guarda proprio me” pensò Sasha “aspetta che io scenda per aggredirmi…”

Il vecchio autobus si trascinava lungo il suo tragitto, cercando di evitare alla meglio le buche della strada, e molti passeggeri erano scesi. Oltre al signore con gli occhiali neri, erano rimaste una ragazza mulatta, probabilmente filippina, e una vecchia signora con la sporta piena di spesa. Sasha non sapeva se sentirsi al sicuro: di certo non era solo, ma, se lo sconosciuto avesse deciso di aggredirlo, le due donne non avrebbero potuto certo proteggerlo.

Si accoccolò ancora di più nel proprio angolo, stravolto dall’ansia; fissava la valigetta cercando di spiare i movimenti del suo proprietario con la coda dell’occhio.

“Forse non è qui per me… dopotutto…” pensava Sasha, cercando di tranquillizzarsi, ma inutilmente. “No! Deve essere lui! Lo hanno mandato loro, ne sono certo! Mi osserva da dietro gli occhiali, ma non ha ancora capito se sono io quello che deve uccidere! Controllerà come reagisco, se ho paura… Non deve capire chi sono! Io non mi faccio fregare…”.

Nel frattempo cominciò a misurare la distanza dalla porta posteriore. Un paio di metri; forse, con un balzo improvviso, alla fermata successiva, avrebbe potuto scendere e fuggire con un buon vantaggio. Sasha si sentì sollevato e si affidò completamente a quell’idea.

Nei minuti che seguirono volle progettare bene ogni istante di quello scatto: lo vide e lo rivide cento volte nello spazio di un secondo, sempre più rapido e pulito; corresse la traiettoria più e più volte per essere sicuro di non urtare i corrimano e studiò ogni singolo movimento di braccia e gambe. Il salto doveva avvenire poco prima che l’autobus chiudesse le porte e ripartisse. In tal modo il killer, se quello era il killer, non avrebbe avuto il tempo di reagire, né di scendere a sua volta.

Il passeggero in giacca e cravatta, intanto, restava impenetrabile protetto dal nerofumo degli occhiali scuri, mentre Sasha continuava a rimuginare il suo progetto di fuga.

Imbacuccato com’era, si rese conto di non potersi muovere agilmente, così decise di aprire il cappotto. Lo fece con movimenti lentissimi, quasi impercettibili, sforzandosi di nascondere la paura dietro uno sguardo indifferente. Prima stese le gambe in avanti; dopo qualche secondo iniziò a farsi aria con la mano e a guardare verso i finestrini, per dare l’impressione di sentire caldo. Allora cominciò ad aprire il cappotto, liberando le gambe dai lembi di stoffa. Mentre si muoveva, Sasha cercava di non guardare mai l’uomo di fronte a lui, per non insospettirlo, ma non trovava altro su cui posare lo sguardo.

D’improvviso l’autobus rallentò e il cuore di Sasha iniziò a battere forte, giacché non aveva badato alle fermate: ora si chiedeva se sarebbe stato pronto a scattare verso l’uscita.

Quando la vettura fu completamente ferma, di scatto si aprirono le porte centrali. Sasha non guardava più lo sconosciuto, ma fissava intensamente le porte posteriori, pregando che si aprissero.

Macché, non si muovevano! Nessuno aveva prenotato la fermata e le porte posteriori non si aprivano. Sasha si morse il labbro, maledicendo la malasorte. Allora diede un’occhiata fulminea allo sconosciuto: impassibile. Poi volse lo sguardo verso le porte centrali ancora aperte, pochi passi più avanti. Sì! Con un po’ di slancio in più poteva farcela anche da lì, pensò rapido.

Sentì l’adrenalina fluire come un getto d’acqua fresca e calda al tempo stesso, tarpare ogni suono e amplificare i suoi pensieri. I muscoli tesi come acciaio, il cuore impazzito a gonfiar le arterie, Sasha stava per guizzare in avanti con l’unico desiderio di saltar giù e correre a più non posso.

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Una risposta a Racconto – Capolinea! (1/3)

  1. Valeria Di Filippo ha detto:

    Mi piace moltissimo questo racconto, che conosco per intero, e sono molto contenta di vederlo finalmente pubblicato, a disposizione di chiunque desideri leggerlo!
    Un consiglio? Non perdetevi le prossime due puntate!

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