La sindrome del tappo dosatore (2/2)

"Schiuma, soffice, morbida, bianca, lieve lieve, sembra panna, sembra neve." [Giorgio Gaber]

“Schiuma, soffice, morbida, bianca, lieve lieve,
sembra panna, sembra neve.” [Giorgio Gaber]

[TI SEI PERSO L’INIZIO? Leggi la prima puntata, pubblicata il 1 luglio 2013!]

Un momento, fermi tutti!

Questo non è il solito shampoo da discount, di quelli che sotto l’aroma di frutti di bosco nasconde un ph talmente basico da trasformare la pelle in cartapecora dopo appena 30 secondi di applicazione! Questa è roba clinicamente testata, venduta a carissimo prezzo solo nelle migliori farmacie e dietro presentazione di un certificato medico firmato dal tricologo personale di Berlusconi. Oro per i miei capelli, reperibile ai più solo sul mercato nero dei campioncini di lusso. E’ certamente il caso di leggere le istruzioni.

Le istruzioni sono scritte sul retro della bustina e appaiono sufficientemente chiare:

Distribuire 10/15 g. di prodotto sul capillizio bagnato o asciutto, massaggiare delicatamente per 2/3 minuti. Lasciare agire il prodotto ancora per qualche minuto, poi sciacquare con acqua tiepida. Ripetere il trattamento anche quotidianamente.

Rileggo dall’inizio: “capillizio”, non l’ho mai sentito, che diavolo è? Ah beh, immagino si tratti di un sinonimo di cuoio capelluto. In seguito, la Treccani on-line confermerà la mia prima ipotesi (*).

Rileggo nuovamente: “distribuire dieci-quindici grammi di prodotto”. Ecco il punto. Come faccio a dosare “dieci-quindici grammi” di questa roba? Forse “dieci-quindici grammi” sono tutta la bustina, oppure mezza bustina, oppure un quarto di bustina. Macché, sulla bustina c’è scritto: contenuto 15 ml (= “quindici millilitri”). Manco l’unità di misura uguale, ci mettono. Almeno ci scrivessero il peso specifico, la densità, la percentuale dei singoli componenti! E comunque dovrei essere un chimico di laboratorio… Ma anche fosse acqua, provate voi a versarmi nella mano “dieci-quindici grammi” d’acqua usando un sacchetto grande come una carta di credito!

Resto basito, interdetto, sconcertato. E di nuovo riaffiorano domande sull’esistenza umana e sul nostro stile di vita, come:

«Perché mai, oltre alle cesoie da giardiniere appese accanto all’accappatoio, non ho mai pensato di tenere in bagno una bella bilancia pesa-lettere? Starebbe così bene, poggiata lì sulla lavatrice, con quel tono serioso da ufficio postale, magari sdrammatizzato da una piccola pianta grassa.»

Domande che resteranno senza risposta, come l’origine dell’universo e i ritardi degli InterCity.

Mi torna alla mente quando ero single, e mi avventuravo ancora imberbe nel complesso mondo delle faccende domestiche. Ricordo in particolare le prime lavatrici, quando per dosare il detersivo mi affidavo ancora alle istruzioni stampate sul retro del flacone. Ci sono questi bei disegnini, capite: la lavatrice stilizzata, la magliettina stilizzata, la macchia stilizzata, e poi la sagoma del tappo, ora mezzo pieno, ora un pieno e mezzo, in base anche alla durezza dell’acqua. Le dosi sono riportate chiaramente caso per caso (un’equazione in due incognite), i disegni a prova di idiota… eppure qualcosa non torna mai.

Un giorno compresi che l’estraneo era proprio lui, il “tappo dosatore”. Per ragioni del tutto insondabili, infatti, la capienza del tappo dosatore non rappresenta MAI un multiplo delle dosi consigliate, e si rivela regolarmente “indivisibile” per qualunque misura proposta dallo schema. Il tappo dosatore è praticamente un numero primo… Così ti trovi che la dose consigliata per “poco sporco” e “durezza media” è di 70 ml, mentre il tappo ha una capienza di 110 ml. Con bucato molto sporco ti chiedono di usare 90 ml, e il tappo, manco a dirlo, è da 75.

Ma perché, dico io, perché lo fanno? E’ la cosiddetta “Sindrome del Tappo Dosatore”. Ho visto tappi dosatori con capienze espresse in notazione scientifica e multipli di “pi-greco”, e dosi consigliate riportate in galloni e miglia marine, su flaconi disegnati da Giugiaro.

«Maledetto sia il tappo dosatore!», gridai straziato quel giorno, nella solitudine del mio monolocale. Quel giorno aveva inizio la mia età adulta.

Ma oramai non c’è più tempo: l’acqua scorre, la temperatura del mio corpo scende, i polpastrelli cominciano a mostrare quelle buffe grinze che le mamme usano al mare come scusa per far uscire i bambini dall’acqua. E’ tempo di prendere una decisione: con la mano destra inclino la bustina, e con precisione chirurgica verso nel palmo della sinistra una quantità di liquido tale da riempire la conchetta senza debordare. Saranno 5-10-100 grammi? Non lo saprò mai! Ma neppure una goccia del prezioso medicamento cade sul piatto della doccia!

E’ fatta, ce l’ho, posso finalmente lenire e idratare il mio “capillizio”, restituire ai miei capelli la lucentezza e la robustezza di quando avevo 20 anni! Basta solo che… basta solo che… basta solo che…

E ADESSO, DOVE ACCIDENTI L’APPOGGIO ‘STA BUSTINA, CHE E’ ANCORA MEZZA PIENA???

(*) Da Treccani Vocabolario on line: capillìzio (ant. capellìzio) s. m. [dal lat. capillitium «capigliatura»]. – 1. Sinon. di cuoio capelluto.  2. a. Complesso di filamenti (derivati dal citoplasma nei mixomiceti, da ife sterili nei gastromiceti) che si trovano nei corpi fruttiferi di questi funghi e servono, con il loro movimento igroscopico, a scompigliare la massa delle spore, favorendone la dispersione. 2. b. Complesso delle ultime diramazioni della radice di una pianta, provviste di peli assorbenti. 3. ant. Irradiazione luminosa intorno a un astro o ad altra sorgente di luce: quel c. che ci par di vedere intorno alla fiammella di una candela (Galilei).

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