Il più bel gioco

DSC_1128

Quell’ultima mezz’ora che precede il camerino, quando, finito di orientare le luci e addobbar la prima scena, ti siedi al centro della platea, immerso nel silenzio, il sipario ancora aperto, a contemplare quei pochi metri quadri di tavolacce crivellate dal tempo, dai chiodi, dalle viti, dallo scalpiccìo infinito di scarpe alla loro seconda vita.

Il bicchiere, immobile sopra il tavolo, dal quale berrai il vino amaro di tua suocera; il cappello, a penzoloni sull’attaccapanni di vernice scorticata, da non dimenticare quando esci di scena; il cassetto, di legno mezzo imbarcato, da cui estrarre la pistola a salve. Le tovaglie drappeggiate con cura a coprir gli spigoli consumati, i rattoppi sui divani strappati a qualche cantina ammuffita, i praticabili rabberciati mille volte, ora a far da pianerottoli d’appartamento, ora gloriose scalinate, ora collinette di un verde parco cittadino. Respiri profondamente, e senti l’odore di tutte quelle cose vecchie – ma non invecchiate, per le quali il tempo scorre un paio d’ore alla volta, la loro esistenza legata al breve spazio di vita di padroni ogni volta diversi. È tempo di rinchiuderti al mondo dietro un confine nero e insuperabile, precluso all’occhio mortale del “non-attore”.

Quel via vai affollato dietro le quinte, talvolta discreto, talvolta chiassoso, nel quale – per comune privilegio – s’incrociano attori e personaggi insieme. E puoi vedere i volti confondersi con le proprie maschere, e le barbe crescere nello spazio di un minuto, e gli abiti divenire splendidi o stracciati, e le risate nervose dei debuttanti accavallarsi ai richiami al silenzio da parte dei più anziani. La coscienza si annebbia, la mente barcolla stordita sotto la stretta della concentrazione, mentre l’attore traghetta sé stesso dalla realtà alla commedia, strappando gli ultimi, tenaci ormeggi che ancora lo trattengono alle faccende quotidiane. Guardi il tuo viso nello specchio, cercando “l’estraneo”, scrutando un passato altrui da cui succhiare sentimenti veri e passeggeri come le nuvole, l’ultima occasione per scacciare l’incubo della finzione e invocare la stupenda possessione.

E poi… Quel primo passo oltre la cortina nera. Il legname si piega sotto il cuoio del tacco. La luce che ammanta ogni cosa, una voce ti accoglie cupa, raggiante, lontana, distratta, ti ignora. Neo-nato alla scena, eterno alla storia, tu, novella creatura dell’Arte, incedi nello spazio-tempo per portare a compimento l’esistenza che ti fu affidata.

Vivi, perdio, vivi! E allora sarà tutto vero…

E sarai chi non potrai mai essere. E udrai ciò che non udresti mai. E proverai gioie e dolori che non potresti sopportare, con un coraggio finora sconosciuto. Aprirai porte che conducono a tragedie inimmaginabili, e il tuo corpo svanirà sullo sfondo di una realtà dipinta su tela, per poi tornare piangendo a raccontare l’orrore. Per la prima volta riderai, e sarà la centesima prima volta. E dirai cose di cui non hai memoria, con parole inusitate, formate al suono nel seno di pensieri inconsapevoli, e un miracolo le condurrà al segno per cui sono scoccate dalla tua bocca, verso un destino inevitabile, immutato di replica in replica. E ucciderai, amerai, e morrai senza rimpianti.

Infine quel buio più lungo di ogni altro buio, quel sipario che sembra non chiudersi mai, quello strappo nel cielo che distrugge in un solo istante un sogno fatto di stracci e parole. Quell’istante, breve e profondo come un baratro sottile, tanto stretto da oltrepassarlo con un sol passo, in cui disperatamente persistono le ultime immagini di poche attonite esistenze, di una realtà che si disgrega ancora una volta, mentre sorge un fragore di mani composto, omogeneo, infinito, sempre più forte.

Poi di nuovo i fari esplodono, rivelando un ammasso di corpi sudati e sopracciglia impiastricciate di nerofumo dentro una povera scatola di legno e tela, ai quali uno, nessuno, centomila volti tributano invidia e gratitudine per averli sollevati dalla propria condizione umana, e avergli conferito, anche solo per due ore, il privilegio degli dèi.

È indescrivibile.
È irresistibile.
È il più bel gioco del mondo.

(Claudio Di Filippo, 2013)

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Brontolii, Manifesto, Recitare, Scrivere e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia il tuo Commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...