E sono cinque… (anni)

“Ecco, sono qui. E adesso?”

Il 2 giugno 2005 arrivo a Faenza.

Non mi sembra ieri. Forse l’altro ieri… In effetti alcuni ricordi sono ancora abbastanza vivi, ma mi pare una vita che sono qui.

Ricordo che mi avevano accompagnato i miei. Ero laureato da tre mesi (8 marzo, viva le donne!) e dovevo iniziare a lavorare il 20 giugno: così mi porto avanti e vengo ad ambientarmi un po’.

Dopo un buon pranzetto allo Zingarò (se non ricordo male), vado a prendere “possesso” della mia stanza alla Foresteria delle Clarisse. Breve scalinata, porticina, due letti alti, un po’ all’antica. Mamma e papà mi aiutano a fare il letto, come se stessi per sposarmi o partissi militare… E’ stato un momento semplice, ma commovente al tempo stesso. Poi baci e abbracci, infine ripartono.

Sono solo, mi scatto un paio di autoritratti con la digitale. E’ il pomeriggio del due giugno: a 27 anni inizia la mia vita adulta.

Di quelle prime due settimane e mezzo ricordo l’atmosfera da vacanza in un posto esotico. Questa cittadina della Romagna, che mi sembra qualcosa più di un paesotto, il sole e il cielo limpido, la piazza lastricata di voci di uccelli e bambini che corrono. Mi chiedevo dove fossi finito…

Come vivevo in quei giorni? Beh, una volta recuperata l’auto aziendale, gli spostamenti erano facili, pertanto la prima vera questione pratica da risolvere era… nutrirmi. Nella foresteria c’era solo un cucinino poco attrezzato, perciò ricordo che a cena andavo in piazza in un ristorante/enoteca che serviva all’aperto. Era molto suggestivo mangiare da solo di fronte a tutto quello spazio vuoto, nella tranquillità della sera: mi sembrava di stare in uno di quei film ambientati in Sicilia, o in qualche isoletta del mediterraneo. Del resto non conoscevo quasi nessuno.

Al mattino era una pacchia. Uscivo abbastanza presto dalla mia stanza, per recarmi in ufficio (anche se ancora non ero ufficialmente impiegato). Così andavo a far colazione in Via XX Settembre, sempre all’aperto: sul tavolino, con il mio “cappuccio e brioche”, mi pareva di essere un gran signore! Guardavo la gente passare, chiedendo dove andasse, a quell’ora della mattina in cui credevo si potesse solo lavorare. Era piacevole scoprire che nella vita adulta ci sono momenti in cui si può passeggiare tranquillamente per strada senza troppe preoccupazioni. Tutto sembrava improvvisamente meno spaventoso.

Un giorno arriva alla foresteria un ragazzo. Un ragazzo sulla trentina forse. Lo incontro per le scale e gli do il benvenuto: il nome non lo ricordo, ma aveva una pronuncia simpatica, con la “erre” arrotata. Ricordo che gli proposi di cenare insieme, per aiutarlo ad ambientarsi, ma lui rifiutò dicendo: “Ti Ringrazio, ho già mangiato un cRescione…”. Il cRescione (con la erre arrotata) mi fece sorridere, e tutto finì lì.

Nei brevi, fugaci incontri che seguirono, riuscii a scoprire solo che faceva l’operaio e che veniva forse dal nord, forse dalla costa romagnola: ricordo che aveva delle profonde occhiaie, e andava a dormire presto. In ogni caso lui aveva sempre già mangiato un “cRescione”, e non mi sembrava opportuno insistere nel trovare altre scuse per fare amicizia. Addirittura, una sera andai nel cucinino per vedere di prepararmi qualcosa da solo, invece di andare a mangiare fuori. Ebbene, una volta aperto il frigorifero mi resi conto che era pieno di crescioni. Uno era ridotto a metà, in attesa di essere finito.

Così, il mio compagno di foresteria rimase semplicemente un misterioso mangiatoRe di cRescioni dalle profonde occhiaie, che mi aveva fatto capire come non tutti potevano permettersi la bella vita che stavo facendo io. Fu la prima di tante lezioni di umiltà.

Sono passati cinque anni esatti. Nel frattempo ho imparato a stirarmi le camicie e comprato i miei primi mobili, preso i miei primi stipendi e pagato le mie prime bollette, guidato la mia prima automobile e annaffiato le mie prime piante.

Il 18 luglio mi sposo, eppure mi sembra di avere solo cinque anni…

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