Ancora sulle parole

[QUESTO E’ UN POST “RIMASTERIZZATO” DAL MIO VECCHIO BLOG (info) – Continua la riflessione sulle parole e sulla bellezza del racconto. In effetti, questo post di tanto tempo fa contiene tutti gli elementi che hanno contribuito all’origine del progetto Faenza Storytellers, ben dieci anni più tardi…]

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(Italo Calvino)

Tempo fa scrivevo della mia passione per le parole.

Ma non solo mi affascinano le parole: come ho scritto, adoro “usarle”. Un gran divertimento, quando si tratta di comporvi i miei pensieri e le mie opinioni in uno “stream of consciousness”, per citare Kein (che a sua volta citava Joyce!); una fatica notevole quando arriva il momento di costruire delle vere e proprie storie.

Per quel poco che ho letto, posso dire di essere cresciuto quasi a pane e racconti, continuamente attratto dall’abilità degli autori, soprattutto Asimov, Brown, Poe e Dahl, nel “costringere” le vicende umane più o meno estese in poche pagine, se non in una sola pagina. E’ questa capacità di far vivere intere vite nello spazio di poche ore… E, forse, è proprio la brevità di un racconto a rendere possibile una tale intensità, l’estrema concentrazione di significati che caratterizzano le parole e i gesti dei personaggi di un racconto.

Certo, come bisogna saper tratteggiare un intero paesaggio in uno schizzo di matita, così tali – e tanti altri – autori devono aver avuto un’abilità tutta particolare per riuscire a delineare interi universi in poche frasi. Questo perché, a volte, lo scrivere può assumere una potenza inaspettata, persino da chi scrive. Una “potenza” letteraria che, per usare un’analogia fisica, potrebbe definirsi come “quantità di significato per unità di linguaggio”… Due variabili, tuttavia, assai poco misurabili!

Di qui, ad ogni modo, la mia passione per la “composizione” letteraria in generale, per lo stile e le figure retoriche in particolare. E rimango basito, a volte, da certe descrizioni che incontro, dalle iperboli e dai voli pindarici che trasportano la mente oltre la definizione dei termini; parole stampate, sì, ma capaci di emettere suoni, colpirci fisicamente e scorrere come acqua; e ancora distruggere luoghi e graffiare muri, respirare aria e mangiare cibo, baciare o uccidere una persona.

Per darvi un’idea vi propongo un estratto di “Se una notte d’inverno un viaggatore”, di Italo Calvino. Certo, bisognerebbe leggersi anche tutto quello che viene prima (e quel che viene dopo, ovviamente!), ma se pubblico tutto il romanzo sul mio blog mi fanno causa…

… “Scagli il libro contro il pavimento, lo lanceresti fuori dalla finestra, anche fuori dalla finestra chiusa, attraverso le lame delle persiane avvolgibili, che triturino i suo incongrui quinterni, le frasi le parole i morfemi i fonemi zampillino senza potersi più ricomporre in un discorso; attraverso i vetri, se sono vetri ingrangibili meglio ancora, scaraventare il libro ridotto a fotoni, vibrazioni ondulatorie, spettri polarizzati; attraverso il muro, che il libro si sbricioli in molecole e atomi passando tra atomo e atomo del cemento armato, scomponendosi in elettroni neutroni neutrini particelle elementari sempre più minute; attraverso i fili del telefono, che si riduca in impulsi elettronici, in flusso d’informazione, squassato da ridondanze e rumori, e si degradi in una vorticosa entropia. Vorresti gettarlo fuori della casa, fuori dell’isolato, fuori del quartiere, fuori del comprensorio urbano, fuori dell’assetto territoriale, fuori della comunità nazionale, fuori del mercato comune, fuori della cultura occidentale, fuori della placca continentale, dall’atmosfera, dalla biosfera, dalla stratosfera, dal campo gravitazionale, dal sistema solare, dalla galassia, dal cumulo di galassie, riuscire a scagliarlo più in là del punto in cui le galassie sono arrivate nella loro espansione, là dove lo spazio-tempo non è ancora arrivato, dove lo accoglierebbe il non-essere, anzi il non essere mai stato né prima né poi, a perdersi nella negatività più assoluta garantita innegabile. Proprio come si merita, né più né meno.

Invece no: lo raccogli, lo spolveri; devi portarlo indietro al libraio perché te lo cambi.”

(Italo Calvino – Se una notte d’inverno un viaggiatore)

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