Seduto su un’albero con la testa fra le nuvole

[QUESTO E’ UN POST “RIMASTERIZZATO” DAL MIO VECCHIO BLOG (info) – Ed ecco spiegato il perché di quello strano titolo. A rileggerlo a distanza di tempo, questo post meraviglia anche me.]
tree_and_clouds

L’albero delle nuvole: perché mai questo titolo? Non significa nulla, non ha senso… O forse ce l’ha, o forse “è” esso stesso il senso di qualcosa, di quello che vivo e scrivo e… Va bene, con calma: procediamo con ordine.

Eccoci, un giorno di settembre, malinconico scampolo di fine estate addolcito da un tepore primaverile, ed io percorro la lunga striscia d’asfalto che separa Ancona da un paesino del maceratese, per motivi che non sto qui a ricordare. E’ tardo pomeriggio: quell’aria di sole che muore, ammiccando da dietro le erbose colline marchigiane come in un arrivederci ad un’altra vita, che poi è un semplice domani come tanti. Spesso, guidando tra le curve cieche delle strade di campagna, si diventa un po’ ciechi anche noi e non si gode il paesaggio verde e azzurro, se non nei commenti di un compagno di viaggio più o meno intorpidito. Ma sono solo, stavolta, e divido l’unico sguardo tra un fienile lontano ed il prossimo tornante.

D’un tratto, come balena che emerge dall’acqua, filante d’inerzia e proterva delle sue tonnellate, il dorso d’un solido colle si allunga nel cielo bianco al di là dell’ennesima curva, steso sui campi di terra nuda e di sterpi; e lì, per la prima volta, conosco il desiderio ed il sogno di aver vissuto un’infanzia rurale, con le cicale che tolgono il senno e l’erba che punge attraverso i vestiti.

Un albero fra i tanti, su quella collina, svetta tra gli ultimi riflessi di sole e le nuvole sfilacciate e s’impone alla memoria in un ricordo immaginifico: lui, qualsiasi tra i qualsiasi, è l’albero che non ho mai avuto, che non ha mai ombreggiato la mia casa di legni e mattoni a vista. L’albero sul quale non mi sono mai arrampicato, scorticandomi le mani, nei momenti di gioco o di sconforto, lui, rifugio e nascondiglio, nemico di battaglie a colpi di bastone e sassate crudeli. Lui, un albero fra le nuvole, da cui toccare il cielo con un dito e saltar giù a schiacciare le foglie secche. Albero delle nuvole, che s’impigliano e si stracciano lasciando fiocchi di cotone tra i rami puntuti, e poi sfuggono lontano a crear tempeste sui velieri e pioggia sulle altrui scampagnate, o semplice ombra sul lavoro di un bracciante accaldato.

Come canta bene il mio “albero delle nuvole”, ed è come una magnifica invenzione fatta solo di parole belle… Parole che uniscono il cielo alla terra, tra le quali il moto e l’immoto si sfiorano, nel passaggio di un mondo etereo sulla materia viva. L’albero delle nuvole è anche un bel posto dove stare, meditare, pensare, cercare un’idea. Si sale, ci si mette seduti su di un ramo, quello che più ci piace, il più alto o il più comodo o il più nascosto: poi si abbandona lontano lo sguardo e ci si lascia carezzare dai pensieri che passano, come nuvole. E pazienza se son neri e carichi di tristezza; e che gioia se ti danno da creare qualcosa. Son passati quei pensieri, dovevano passare: erano lì, alle pendici del colle vicino, che fremevano scossi dal vento, ma noi si stava tra i rami ad aspettarli, per coglierne le brezze e sfidarne le raffiche. Sono passati ed han fatto frusciare le foglie rossastre e hanno sconvolto la chioma diradata dall’autunno giallo e grigio. Sono passati, i pensieri.

Anche l’albero è passato, e la collina e il mio sogno e un’immagine antica sbiadita dal sole. Mi resta l’invenzione, di quell’albero con le nuvole impigliate che porta il cielo sulla terra. Salgo su di lui e lui sempre mi accoglie; così, con gli occhi nel cielo e il riposo nel cuore.

Significa, quel titolo. Significa davvero…

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